Piangere è catartico? Non sempre e non per tutti

E’ opinione comune che piangere sia un comportamento che dà sollievo nelle situazioni di stress emotivo e riduce l’attivazione psicofisiologica dell’organismo (arousal).
Per la verità la ricerca scientifica sembra fornire indicazioni di tutt’altro avviso: piangere esacerba lo stress e aumenta l’arousal del sistema nervoso autonomo.
Qual è la verità? Quando due realtà opposte sembrano entrambe fondate la risposta è quasi sempre “dipende”. Dipende da come gli effetti benefici del pianto vengono misurati, dal contesto in cui il soggetto si trova a piangere, dai suoi tratti di personalità, dal suo stato emotivo e da numerosi altri fattori ancora oggetto di studio.
Una concettualizzazione che prende in considerazione la maggiorparte di questi aspetti è stata fornita da Jonathan Rottenberg e dai suoi colleghi Lauren Bylsma e Ad J.J.M. Vingerhoets, psicologi alla University of South Florida, in una review pubblicata su Current research in Psychological Science.
Nelle ricerche in cui è stato chiesto ai soggetti di ricordare un episodio di pianto e di riferire se esso sia stato di sollievo da un punto di vista psicologico, i partecipanti hanno detto di sì con convinzione. Nelle ricerche in cui, al contrario, il pianto è stato indotto in laboratorio (per esempio facendo visionare un film strappalacrime) raramente i soggetti hanno riportato la sensazione di un immediato sollievo. Chi piange sembra stare soggettivamente peggio e risulta maggiormente “ attivato” di chi non piange.
Un recente studio (Hendriks, Rottenberg, & Vingerhoets, 2007) ha suggerito che il pianto prima produca un effetto attivante (aumento del battito cardiaco) e immediatamente dopo un effetto calmante (riduzione della frequenza respiratoria). E’ chiaro che diventa di cruciale importanza capire a che momento del processo-pianto ci si sta riferendo e quanto tempo è passato dall’episodio di riferimento.
Un altro elemento che contribuisce a differenziare l’effetto che il pianto può avere sulle persone è il contesto ambientale in cui il pianto si verifica.
I suoi effetti benefici sembrano potenziati in un contesto in cui il pianto induce supporto sociale, attenzioni e “rimedio” relazionale, mentre risultano annullati se non addirittura sostituiti da peggioramenti dell’umore quando il pianto si verifica  in un ambiente freddo, privo di interazioni sociali o che crea addirittura vergogna e imbarazzo.
Piangere dunque non è sempre catartico, ma lo è per qualcuno più che per qualcun altro?
E’ noto che le donne adulte piangono più frequentemente degli uomini adulti e che chi ha tratti di nevroticismo più spiccati (sensibilità alle emozioni negative) riporta più frequentemente il ricorso alle lacrime.
Eppure né il genere, né il nevroticismo predicono eventuali effetti benefici del pianto. In altre parole donne e i “nevrotici” non si differenziano da chiunque altro rispetto alla possibilità di trarre beneficio dal pianto. E allora cosa distingue gli individui che si avvantaggiano emotivamente delle lacrime da quelli che non lo fanno?
Non è ancora noto, anche se pare che gli alessitimici (coloro che hanno difficoltà a identificare e a comunicare le emozioni) vedano peggiorato il proprio stato emotivo dopo le lacrime, così come i depressi e gli ansiosi.
Il pianto stesso poi, indipendentemente da chi lo mette in atto e dal luogo in cui si verifica, non è un comportamento tutto o nulla e per indagarlo al meglio è necessaria una sua disaggregazione sia temporale (esordio, acme, estinzione, breve termine, lungo termine) sia qualitativa ( è una risposta a emozioni negative o positive? Che tipo di pianto è?)
Recentemente Nelson (2005) ha proposto una tipologia di pianto che distingue fra : pianto di protesta caratterizzato da urla ad alta voce destinato a “ripristinare la situazione”, pianto triste, silenzioso, destinato a creare nuovi legami di attaccamento dopo una perdita, e pianto distaccato caratterizzato da assenza di lacrime e indice di disperazione estrema. Nelson suggerisce che gli effetti sull’umore dipendono dal tipo di pianto e che per esempio il pianto triste sarà associato a un maggior miglioramento dell’umore del pianto di protesta. Queste suggestive ipotesi non sono però ancora state validate empiricamente.
Anche evidenze assodate come l’importanza del supporto sociale che si ottiene quando si piange, potrebbero essere ulteriormente disaggregate: cosa si intende per supporto sociale? Un caldo abbraccio sulla spalla o una interazione verbale empatica e comprensiva?
E ancora, quanto dura il beneficio di un pianto ammesso che se ne ottenga qualcuno? Piangere alla notizia di una brutta diagnosi cambia le sorti psicologiche dell’individuo a 3 mesi, a 6 mesi, a un anno?
E se tutto questo avviene, attraverso quale meccanismo lo fa?
Tutte domande di estremo interesse!

Paper | Is Crying Beneficial? (pdf)

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