Ops! Te l’ho già raccontato? La memoria di destinazione

Sarà capitato a tutti di cominciare a raccontare qualcosa a qualcuno, per poi fermarsi all’improvviso dopo essersi ricordati di averglielo già detto o addirittura dopo che quel qualcuno vi fa notare che…gliel’avete già raccontato.
Qualche volta può persino succedere che si tenti di raccontare lo stesso episodio alla stessa persona per più di due volte e alcuni sono talmente abituati a questo tipo di errore della loro memoria che sono soliti far precedere i propri discorsi dall’espressione “Se te l’ho già detto, fermami!”
Ricordarsi con chi abbiamo condiviso un’informazione è un processo cognitivo denominato memoria di destinazione ed è importante almeno quanto la memoria della fonte, ossia il ricordo di chi ha detto qualche cosa a noi.
La semplice conversazione con un amico si realizza assumendo che entrambi ricordino le informazioni che si sono scambiati nell’interazione precedente,  per evitare di ripetersi e soprattutto per proseguire il discorso in maniera congruente con le informazioni già condivise.  Per un capoufficio che debba impartire delle istruzioni o delegare alcune responsabilità è fondamentale che ricordi esattamente a quale dei suoi sottoposti ha detto cosa; per un bugiardo patologico è vitale ricordare a chi ha rifilato la balla più grossa.  
La memoria di destinazione, come la memoria della fonte, fa parte della memoria episodica  autobiografica (Tulving, 1983), episodica perchè è perfettamente ricordabile il contesto spazio-temporale in cui è avvenuta la memorizzazione, autobiografica perché è ricordata la partecipazione di sé stessi nell’episodio mnestico: in poche parole devo ricordare che “io, due giorni fa, a casa di mia nonna, ho detto a mio cugino che….”.
Pare però che, a differenza della memoria della fonte, la memoria di destinazione sia maggiormente soggetta a errori.
Gopie e colleghi del Rotman Research Institute di Toronto, hanno  pubblicato recentemente su Psychological Science un articolo in cui dimostrano effettivamente questa vulnerabilità della memoria di destinazione e propongono la loro ipotesi esplicativa per dar conto del fenomeno.
Secondo i ricercatori, in un episodio in cui è coinvolta la memoria di destinazione, essendo noi gli emittenti dell’informazione e non i riceventi, consumeremmo più risorse cognitive rispetto a un compito di semplice ascolto. Tale consumo sarebbe utilizzato per l’auto-focus attentivo a scapito della nostra capacità di codificare bene il contesto in cui ci troviamo e, in quel contesto, anche la persona a cui stiamo parlando.

Nel caso di un informazione in entrata, Giorgia che mi comunica che suo fratello ha comprato una moto, si formano nella mia mente dei legami associativi molto ricchi tra l’evento comunicativo e il suo contesto ambientale. Mentre ascolto Giorgia mi concentro sul suo viso, sul tono della sua voce, sulla stanza in cui ci troviamo, sugli abiti che indossa, ecc..ecc..
Se sono io che comunico la stessa cosa a Giorgia, l’evento comunicativo è meno integrato e connesso al contesto ambientale perché la mia mente è occupata a recuperare il ricordo dell’informazione, a stabilire quali parole utilizzare, a calibrare il mio comportamento comunicativo,  a percepire i suoi stessi processi mentali. L’informazione fornita resterà così nella mia mente più associata a me stessa che al contesto in cui l’ho emessa: talvolta si ha infatti la chiara sensazione di aver già raccontato l’evento, senza poter ricordare a chi e quando.
Naturalmente i processi non sono così semplici e lineari e non sempre e non per tutti gli scambi comunicativi la memoria di destinazione è più debole della memoria della fonte. Per esempio Marsh and Hicks (2002) hanno dimostrato che se il ricordo riguarda un’azione che coinvolge una decisione (dare un oggetto a qualcuno) risulta più semplice ricordare verso chi è stata compiuta (Ho prestato l’ombrello a Francesca o Elisa?) piuttosto che da chi (Francesca o Elisa mi ha prestato l’ombrello?).
Nelle situazioni di ogni giorno però, quando si tratta di scambi di informazione e non di decisioni, Gopie e colleghi dimostrano, attraverso tre esperimenti, che la memoria di destinazione è più fallibile di quella della fonte.
Nel terzo esperimento, in particolare, dimostrano che è possible ridurre gli errori della memoria di destinazione inducendo i soggetti a spostare attivamente la loro attenzione da sè stessi alla persona con cui stanno parlando, incrementando così il numero di legami associativi fra l’informazione e il contesto di emissione.
Il trucchetto è semplice: prima di cominciare a raccontare bisogna pronunciare il nome della persona che si ha di fronte; fatto con naturalezza è uno stratagemma utile che può passare abbastanza inosservato. :)

 Abstract | N.Gopie, C. M. MacLeod  Destination Memory: Stop Me if I’ve Told You This Before  Psychological Science Volume 20 Issue 12, Pages 1492 – 1499

 

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