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	<description>il sito di Giulietta Capacchione</description>
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		<title>Ipocondria</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 19:25:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi somatoformi]]></category>
		<category><![CDATA[Ipocondria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><strong>Che cos’è l’ipocondria?</strong><br />
L’ipocondria è un disturbo psicologico la cui sintomatologia prevalente può essere sintetizzata in cinque elementi principali:<br />
a) presenza di sintomi fisici, di solito multipli, spesso vaghi, ma talvolta estremamente specifici;<br />
b) preoccupazione relativa al proprio corpo, ai sintomi fisici e rispetto a temi di salute e malattia;<br />
c) paura che una malattia seria possa instaurarsi;<br />
d) sospetto e/o certezza che una malattia seria sia già in atto;<br />
e) resistenza alla rassicurazione medica routinaria;<br />
f) presenza di comportamenti ipocondriaci come la persistente ricerca di rassicurazione o il controllo ossessivo del corpo.<br />
Ciascun paziente può presentare solo uno o due di questi elementi o sperimentare diverse combinazioni di essi in momenti differenti.&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che cos’è l’ipocondria?</strong><br />
L’ipocondria è un disturbo psicologico la cui sintomatologia prevalente può essere sintetizzata in cinque elementi principali:<br />
a) presenza di sintomi fisici, di solito multipli, spesso vaghi, ma talvolta estremamente specifici;<br />
b) preoccupazione relativa al proprio corpo, ai sintomi fisici e rispetto a temi di salute e malattia;<br />
c) paura che una malattia seria possa instaurarsi;<br />
d) sospetto e/o certezza che una malattia seria sia già in atto;<br />
e) resistenza alla rassicurazione medica routinaria;<br />
f) presenza di comportamenti ipocondriaci come la persistente ricerca di rassicurazione o il controllo ossessivo del corpo.<br />
<br/>Ciascun paziente può presentare solo uno o due di questi elementi o sperimentare diverse combinazioni di essi in momenti differenti. Perché si possa parlare di ipocondria è però necessario che l’intensità della loro manifestazione sia eccessiva e sproporzionata rispetto all’oggettivo rischio medico in atto, danneggi il funzionamento sociale o occupazionale e sia fonte rilevante di disagio interiore.<br />
<br/>Tipicamente gli ipocondriaci rifiutano la possibilità di avere un problema psicologico, e tendono a malinterpretare la serietà di innocue e naturali fluttuazioni corporee e a sovrastimare la serietà di sintomi riferibili a condizioni mediche generali. Possono riportare sintomi altamente specifici o malesseri vaghi, aspecifici e generalizzati. Fra i sintomi specifici più comuni possiamo citare il dolore localizzato, problemi intestinali (modificazioni dell’alvo) e sensazioni cardio-respiratorie (ad es. l’oppressione al petto).<br />
Le paure ipocondriache sono di due tipi: la paura di avere una malattia, e la paura di poter contrarre una malattia in futuro e il paziente può nutrirle entrambe perché entrambe associate alla paura della morte. Può terrorizzarsi o entrare in ansia se esposto a stimoli che ritenga correlati alle malattie quali senzazioni corporee o altri cambiamenti somatici, ma anche se esposto a informazioni relative alle malattie come programmi medici televisivi, persone che appaiano malate o siano legate al mondo degli ospedali e della medicina.<br />
E’ importante distinguere tra le due forme di paura perché determinano reazioni comportamentali diverse: la ricerca di rassicurazione e il checking piuttosto che l’evitamento e la fuga.<br />
La paura di avere già una malattia è infatti maggiormente associato con la ricerca di rassicurazioni mediche, la richiesta di effettuare test e analisi, il ricorrente auto-esame corporeo, la ricerca di materiale informativo medico, e il ricorso a preparati farmaceutici o fitoterapici. I pazienti possono adottare in maniera stabile il “ruolo di malato”, vivendo come invalidi ed evitando sforzi occupazionali o responsabilità personali. Possono lamentarsi persistentemente della loro salute e discutere le proprie preoccupazioni in gran dettaglio con chiunque si mostri disponibile ad ascoltarli e possono diventare interlocutori difficili per i propri medici di famiglia. Il rapporto con i medici può risultare pesantemente compromesso laddove il paziente ipocondriaco senta che il proprio medico non è in grado di spiegare in maniera soddisfacente i suoi sintomi e di trattarli. Questo può condurre a quello che è stato definito “doctor shopping” ovvero una continua girandola fra medici nella speranza di trovare aiuto.<br />
La paura di contrarre una malattia è associata invece prevalentemente all’evitamento e alla fuga da stimoli che il paziente ritiene correlati alla malattia. Egli potrà ad esempio evitare ospedali, persone che appaiano malate, o limitare contatti con persone esposte alle malattie come medici e infermieri. Potrà inoltre evitare tutto ciò che ha a che fare con la malattia quali quotidiani, riviste, programmi televisivi e così via, comprese le indagini mediche di routine a fini preventivi. Il paziente talvolta ricorre a varie forme di auto-diagnosi e di auto-trattamento riducendo i contatti con il sistema sanitario. </p>
<p><br/><strong>Chi ne soffre?</strong><br />
Nonostante alcune incongruenze, la maggior parte degli studi concorda nell’affermare che l’ipocondria è ugualmente distribuita tra uomini e donne. Le stime suggeriscono una prevalenza nella popolazione generale del 1-5% e del 2-7% tra i pazienti dei servizi di medicina generale (APA, 2000).<br />
L’ipocondria può esordire ad ogni età, sebbene si sviluppi prevalentemente nella prima età adulta. Tipicamente esordisce quando la persona è sotto stress, seriamente malata o in fase di convalescenza per una malattia seria o quando ha subìto la perdita di un familiare. L’ipocondria può anche insorgere quando una persona è esposta a informazioni mass-mediatiche relative alle malattie.</p>
<p><strong>Quali sono le cause dell’ipocondria?</strong><br />
Il modello cognitivo-comportamentale vede nell’ipocondria l’esito di una combinazione infausta di aspetti psicologici, distinguibili in fattori predisponenti, fattori precipitanti e fattori di mantenimento (Salkovskis, 1989, 2001).<br />
Secondo questo modello l’individuo può essere inizialmente predisposto o vulnerabile a sviluppare un disturbo ipocondriaco, per la presenza contemporanea di alcuni fattori di rischio biologici e psicologici: tipicamente una propensione biologica ad avere un corpo “rumoroso” (che produce diverse sensazioni fisiche intense, ma benigne), particolari esperienze di apprendimento durante l’infanzia, e specifiche caratteristiche cognitive (ipervigilanza, bias di memoria, suggestionabilità, credenze disfunzionali sulla malattia ecc..).<br />
Su questo substrato di vulnerabilità individuale interverrebbero alcuni fattori precipitanti che fungerebbero da trigger (interruttori) del disturbo: eventi di vita stressanti, esposizione ambientale a fonti di informazione relative alla salute, stati emotivi, che agirebbero da amplificatori di risposte somatiche benigne.<br />
L’errata interpretazione di tali risposte somatiche in senso minaccioso determinerebbe una elevata quota d’ansia, poi mantenuta e rinforzata da strategie di fronteggiamento inadeguate e disfunzionali come la ricerca ossessiva di rassicurazione, il body-checking, l’evitamento e così via. </p>
<p><strong>Come si cura?</strong><br />
Rivolgendosi con fiducia ad uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale.<br />
Il trattamento cognitivo-comportamentale dell’ipocondria si è infatti rivelato molto efficace in studi clinici controllati. Il percorso terapeutico prevederà i seguenti elementi:</p>
<p>- una corretta psicoeducazione che contenga tutte le informazioni relative alla natura e al trattamento dell’ipocondria e che si basi su una formulazione del caso personalizzata e condivisa con il paziente<br /> -l’individuazione delle principali credenze disfunzionali del paziente e la promozione di interpretazioni alternative dei sintomi, dello stato di salute in generale e della propria vulnerabilità alla malattia<br />
-la riduzione  dei fattori di mantenimento del disturbo quali la ricerca di rassicurazione, il body checking, l’evitamento e così via<br />
-lo sviluppo di abilità di gestione dell’ansia<br />
-la riduzione del comportamento “da malato”, con ripristino del normale regime di attività<br />
-un lavoro sugli schemi cognitivi sottostanti (core belief di vulnerabilità)<br />
-l’intervento per l’elaborazione di eventuali traumi scatenanti (malattie, lutti, interventi, ecc).<br />
la promozione di abilità di stress-management</p>


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		<title>Training di assertività</title>
		<link>http://www.cafepsicologico.it/training-assertivit/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 21:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Assertività]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa è l&#8217;assertività?<br />
</strong>Ti è mai capitato di essere ad una festa e di aver evitato qualcuno perché non sapevi cosa dire? Ti sei mai reso conto, dopo l’accaduto, di essere stato ingiustamente criticato o sfruttato? Ti capita di essere esitante nell’ esprimere i tuoi pensieri o opinioni? Trovi difficile gestire la relazione con figure autorevoli?<br />
Questi sono esempi di situazioni che coinvolgono il comportamento assertivo.<br />
L&#8217;assertività  (dal latino &#8220;asserere&#8221; che significa &#8220;asserire&#8221;), o asserzione (o affermazione di sé), è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, di difendere il proprio punto di vista&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa è l&#8217;assertività?<br />
</strong>Ti è mai capitato di essere ad una festa e di aver evitato qualcuno perché non sapevi cosa dire? Ti sei mai reso conto, dopo l’accaduto, di essere stato ingiustamente criticato o sfruttato? Ti capita di essere esitante nell’ esprimere i tuoi pensieri o opinioni? Trovi difficile gestire la relazione con figure autorevoli?<br />
Questi sono esempi di situazioni che coinvolgono il comportamento assertivo.<br />
L&#8217;assertività  (dal latino &#8220;asserere&#8221; che significa &#8220;asserire&#8221;), o asserzione (o affermazione di sé), è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui.<br />
L&#8217;assertività è il giusto equilibrio tra il comportamento passivo da un lato e  il comportamento aggressivo dall&#8217;altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos&#8217;è un training di assertività?<br />
</strong>Un training di assertività è un trattamento efficace per coloro che desiderano migliorare le loro capacità relazionali e il senso di rispetto di sé, ma anche per chi ha problemi di depressione, ansia sociale (timidezza profonda) o rabbia inespressa.<br />
Il training di assertività si basa sul principio che tutti noi abbiamo il diritto di esprimere i nostri pensieri, sentimenti e bisogni agli altri, a patto che lo facciamo in modo diretto, onesto e rispettoso.<br />
Quando sentiamo di non poterci esprimere apertamente possiamo diventare depressi, ansiosi, o arrabbiati, e il nostro senso di autostima può risentirne. Anche i nostri rapporti con le altre persone possono deteriorarsi, perché restiamo delusi del fatto che gli altri non riescono a comprendere ciò che non siamo stati abbastanza assertivi da dire loro.<br />
Non ci sono regole stabilite su cosa sia e cosa non sia un comportamento assertivo, esso è piuttosto specifico di un particolare momento e situazione.<br />
In altre parole un comportamento adeguatamente assertivo per una persona in una situazione può essere eccessivamente passivo o troppo aggressivo per qualcun altro in una situazione diversa.<br />
Il training di assertività si basa sull&#8217;idea che l’assertività non sia innata, ma sia un comportamento appreso. Sebbene alcune persone sembrino più assertive di altri, chiunque può imparare ad essere più assertivo.<br />
Anche se queste idee possono sembrare semplici e dirette, il comportamento assertivo può essere a volte difficile per molti, ed è per alcuni spesso impossibile. Il training di assertività si preoccupa quindi non solo di far comprendere l&#8217;importanza dell’ assertività, ma anche di fornire strumenti di apprendimento e pratica dei comportamenti assertivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si svolge un training di assertività?<br />
</strong>Lo psicoterapeuta aiuta le persone a capire quali sono le situazioni interpersonali problematiche e quali comportamenti abbisognano di maggiore attenzione. Aiuta a identificare le credenze e gli atteggiamenti che i pazienti possono aver sviluppato e che li inducono ad essere troppo passivi o aggressivi.<br />
Li aiuta a comprendere come l’assertività può tornare utile per la loro vita e discute le convinzioni imprecise e improduttive.<br />
Una volta che i pazienti hanno compreso l&#8217;importanza del comportamento assertivo per la loro situazione, il terapeuta li aiuta a sviluppare il comportamento assertivo utilizzando tecniche cognitivo-comportamentali specifiche.<br />
Questo include le richieste di esprimere assertivamente sentimenti, opinioni e limiti, ma anche esercizi sul comportamento non verbale riferibili allo stile di comunicazione: contatto oculare, postura, tono e volume del discorso, distanza interpersonale e di ascolto ecc&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Serve proprio la psicoterapia?<br />
</strong>Tutti noi possiamo imparare a migliorare le nostre capacità assertive. Alcune persone sono in grado di farlo leggendo libri di training di assertività. Tali libri sono ampiamente disponibili in libreria. Per molti altri, invece, l’aiuto professionale è necessario per rendere reali e duraturi i cambiamenti comportamentali soprattutto se si hanno problemi interpersonali severi associati con forti sentimenti di ansia o depressione.<br />
In quel caso è importante rivolgersi a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale esperto di questo approccio.</p>


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		<title>Benvenuto allo PsicoCafè</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Nov 2010 17:25:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Top Stories]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Cafè PsicoCafé è il sito professionale e di divulgazione psicologica della <strong>dott.ssa Giulietta Capacchione</strong>, psicologa clinica e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale di Roma.<br />
Il sito è fruibile in diversi modalità a seconda delle proprie curiosità e dei propri interessi.</p>
<p>Sono disponibili:<br />
- una sezione statica dedicata all&#8217;illustrazione dei <strong>Disturbi psicologici</strong> più diffusi (navigabile attraverso la barra grigia in alto)<br />
-una sezione sotto forma di <strong>Blog </strong>che raccoglie articoli dell&#8217;autrice su tematiche relative alla psicologia cognitiva, la ciberpsicologia e la psicologia sociale (questa sezione si può navigare cliccando a sinistra i 3 relativi box <em>&#8220;Mente e Corpo&#8221; </em>, <em>&#8220;Cyberpsicologia e cybertherapy&#8221;</em>,<em>&#8220;Noi e gli altri&#8221;</em>)<br />
-una sezione relativa ai <strong>Training di self-empowerment</strong> (che può essere raggiunta&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Cafè PsicoCafé è il sito professionale e di divulgazione psicologica della <strong>dott.ssa Giulietta Capacchione</strong>, psicologa clinica e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale di Roma.<br />
Il sito è fruibile in diversi modalità a seconda delle proprie curiosità e dei propri interessi.</p>
<p>Sono disponibili:<br />
- una sezione statica dedicata all&#8217;illustrazione dei <strong>Disturbi psicologici</strong> più diffusi (navigabile attraverso la barra grigia in alto)<br />
-una sezione sotto forma di <strong>Blog </strong>che raccoglie articoli dell&#8217;autrice su tematiche relative alla psicologia cognitiva, la ciberpsicologia e la psicologia sociale (questa sezione si può navigare cliccando a sinistra i 3 relativi box <em>&#8220;Mente e Corpo&#8221; </em>, <em>&#8220;Cyberpsicologia e cybertherapy&#8221;</em>,<em>&#8220;Noi e gli altri&#8221;</em>)<br />
-una sezione relativa ai <strong>Training di self-empowerment</strong> (che può essere raggiunta cliccando su Corsi e Formazione)<br />
-una sezione relativa al servizio di <strong>Assistenza Tesi </strong></p>
<p><em>Buona navigazione!</em></p>


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		<title>Gelotofobia: paura di essere derisi</title>
		<link>http://www.cafepsicologico.it/gelotofobi/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Gelotofobia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>gelotofobia</strong> è una paura intensa e irrazionale di essere derisi o di essere oggetto di scherno e può essere concepita come una particolare forma di fobia sociale.<br />
Diversi studi su cause e conseguenze della gelotofobia sono stati oggetto di un meeting della International Society for Humor Studies tenutosi a Long Beach in California.<br />
Benché tutti gli esseri umani siano sensibili alla derisione altrui e tentino in ogni modo di evitare imbarazzi, i gelotofobici semplicemente “esagerano”: per essi qualsiasi intervento umoristico è, nei fatti, un attacco personale.<br />
Ma non si tratta di permalosità. Lo psicologo più esperto di questa particolare fobia è il dott. Willibald Ruch dell’ Università di&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>gelotofobia</strong> è una paura intensa e irrazionale di essere derisi o di essere oggetto di scherno e può essere concepita come una particolare forma di fobia sociale.<br />
Diversi studi su cause e conseguenze della gelotofobia sono stati oggetto di un meeting della International Society for Humor Studies tenutosi a Long Beach in California.<br />
Benché tutti gli esseri umani siano sensibili alla derisione altrui e tentino in ogni modo di evitare imbarazzi, i gelotofobici semplicemente “esagerano”: per essi qualsiasi intervento umoristico è, nei fatti, un attacco personale.<br />
Ma non si tratta di permalosità. Lo psicologo più esperto di questa particolare fobia è il dott. Willibald Ruch dell’ Università di Zurigo che ha ipotizzato una difficoltà, da parte di questi soggetti, di interpretare correttamente l’umorismo, che viene pertanto vissuto esclusivamente come fonte di umiliazione. Ma che significa malinterpretare l’umorismo?<br />
Alcune ricerche condotte sull’argomento hanno evidenziato che i gelotofobici sono, per esempio, incapaci di distinguere fra una risata canzonatoria e una risata sprezzante. Visualizzando delle immagini che illustrano persone che ridono in varie situazioni i gelotofobici mostrano problemi a distinguere il riso finto, quello sarcastico, quello malizioso e così via (vedi fig.). Ma c’è di più: essi tendono a credere, con maggior frequenza degli altri, che l’oggetto di ogni risata sono proprio loro: malinterpretando quel set di indizi come i toni vocali e le espressioni facciali che indicano, più o meno oggettivamente, se si è o non si è l’oggetto di una risata, i gelotofobici risolvono facilmente il dilemma: “stanno sicuramente ridendo di me”.<br />
Se qualcuno pertanto ridacchia per i casi suoi al tavolo accanto a quello in cui un gelotofobico è seduto, questi si sentirà costretto ad alzarsi e ad andarsene in preda alla rabbia e alla vergogna perché convinto di essere l’oggetto di quelle risate e quindi l’obiettivo di una non meglio identificata umiliazione. Rabbia, vergogna e paura sono le emozioni principali in questa fobia. Ruch ha sviluppato per la diagnosi un questionario di 46 domande (più tardi modificato in una versione ridotta a 15) che ha chiamato GELOPH e che può essere utilizzato per stimare l’intensità della paura delle risate altrui e per identificare i soggetti la cui paura è basata prevalentemente sulla vergogna.<br />
Prover e i suoi colleghi hanno chiesto a un attore di registrare 20 diverse risate, dalla risatina canzonatoria, alla ridacchiata imbarazzata fino alla grassa risata e alla risata di scherno. I ricercatori hanno poi fatto ascoltare le tracce audio a 40 persone che avevano ottenuto punteggi estremamente alti o estremamente bassi al GELOPH e hanno chiesto loro di giudicare la risata sull’asse piacevole/spiacevole e prepotente/poco prepotente. I risultati hanno dimostrato che i gelotofobici non reagiscono in misura maggiore ai suoni delle risate negative, ma percepiscono le risate positive come sgradevoli o maligne. Secondo Ruch questi risultati concorderebbero con la teoria che i gelotofobicihanno una storia di derisioni nel loro passato, anche infantile. La gelotofobia sarebbe pertanto una paura appresa, dopo l’esperienza reale o immaginata di essere oggetto di risate di scherno.<br />
In un&#8217;altra ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di febbraio della rivista Humor, e che ha coinvolto circa 23000 persone in 73 paesi, Ruch ha riscontrato gelotofobia in una percentuale compresa tra il 2 e il 30%. Il gelotofobico in particolare non riporta un maggior numero di episodi nei quali si è sentito oggetto di derisione, ma esperisce gli stessi episodi con un livello di disagio e sofferenza significativamente più alto e con un tempo di ripresa significativamente più lungo. L’incidenza della gelotofobia è particolarmente alta in Asia (leggi qui i dati paese per paese ) dove il tema “salvare la faccia” è piuttosto importante da un punto di vista socio-culturale.</p>
<p>Il sito di riferimento per l’approfondimento è ovviamente <a href="http://www.gelotophobia.org/">http://www.gelotophobia.org/</a> <br />
Questi I riferimenti di una ricerca italiana di Forabosco, G., Dore, M., Ruch, W. &amp; Proyer, R. (in press). <a href="http://giornaledipsicologia.it/gdp/gdp.2009.2/GiornaleDiPsicologia.2009.2.pdf">Psicopatologia della paura di essere deriso. Un’indagine sulla gelotofobia in Italia</a>. Giornale di Psicologia.</span></span> Ruch, W. 2009. </span><a  href="https://www.zora.uzh.ch/13992/1/Ruch_Intro_V2.pdf">Fearing humor? Gelotophobia: The fear of being laughed at</a> (pdf) </p>


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		<title>Paruresis: fobia di urinare in pubblico</title>
		<link>http://www.cafepsicologico.it/paruresi/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Paruresis]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>paruresis</strong>, altrimenti conosciuta come &#8220;<strong>sindrome della vescica timida</strong>&#8221; <strong>(<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pee_shyness">bashful bladder syndrome</a></strong>) è un disturbo ansioso che colpisce prevalentemente gli uomini e consiste nell’impossibilità (fisica) di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro. L’ansia causa una tensione muscolare e rende impossibile il rilassamento dei muscoli sfinterici. Ne soffrirebbe circa un americano su dieci.<br />
Per la stragrande maggioranza delle persone il problema non è che un banale inconveniente. Servirsi del bagno anzichè dell’orinatoio, tirare lo sciacquone o aprire il rubinetto dell’acqua sono strategie sufficienti a gestire quello che è soltanto imbarazzo, ritrosia, pudore della propria intimità.<br />
Per coloro che invece ne sono affetti in maniera più severa&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>paruresis</strong>, altrimenti conosciuta come &#8220;<strong>sindrome della vescica timida</strong>&#8221; <strong>(<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pee_shyness">bashful bladder syndrome</a></strong>) è un disturbo ansioso che colpisce prevalentemente gli uomini e consiste nell’impossibilità (fisica) di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro. L’ansia causa una tensione muscolare e rende impossibile il rilassamento dei muscoli sfinterici. Ne soffrirebbe circa un americano su dieci.<br />
Per la stragrande maggioranza delle persone il problema non è che un banale inconveniente. Servirsi del bagno anzichè dell’orinatoio, tirare lo sciacquone o aprire il rubinetto dell’acqua sono strategie sufficienti a gestire quello che è soltanto imbarazzo, ritrosia, pudore della propria intimità.<br />
Per coloro che invece ne sono affetti in maniera più severa e vedono in qualche modo intaccata la propria qualità di vita viene utilizzato frequentemente e con successo il <strong>trattamento comportamentale</strong> della <em>desensibilizzazione in vivo</em>.  Si svolge usando un “pee buddy”, un “compagno di pipì” che è presente quando si ha bisogno di urinare.<br />
Questa persona comincia stando nella stanza adiacente con la porta aperta e, non appena è diventato più facile emettere il flusso urinario, gradatamente si posiziona più vicino e poi ancora più vicino.<br />
Anche se il tutto può sembrare molto buffo alcuni paruretici arrivano a considerare ed attuare soluzioni radicali come l’autocateterizzazione per tentare di gestire questa fobia.<br />
L&#8217; <a href="http://www.paruresis.org/">International Paruretic Association </a>fornisce molte informazioni utili a chi pensa di soffrire di questo &#8220;disturbo&#8221; ed è costretto, magari per motivi professionali, ad utilizzare frequentemente i bagni pubblici.<br />
Anche in Italia esiste la <a href="http://www.paruresis.it/">Comunità Italiana Paruretici</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1976 Dennis Middlemist della Oklahoma State University effettuò uno studio per comprendere  il meccanismo psicologico alla base della paruresis.  Fu manipolata la variabile “invasione dello spazio personale” posizionando, vicino all’inconsapevole soggetto sperimentale, un’altra persona (un altro assistente dei ricercatori) all’orinatoio più vicino oppure a all’ orinatoio immediatamente successivo a quello adiacente.<br />
Come previsto, quando gli uomini avevano una persona all’orinatoio più prossimo era osservabile un ritardo nell’inizio della minzione di 8.4 secondi, mentre quando “l’intruso” era a un orinatoio di distanza, il ritardo era di 6.2 secondi. 4.9 secondi erano sufficienti agli uomini che si trovavano nella toilette da soli.<br />
Anche la durata della minzione seguiva gli stessi andamenti. In media era di di 17,4 secondi quando l’intruso era vicino, 23, 4 secondi quando era a un orinatoio di distanza e 24,8 secondi in condizioni di solitudine.<br />
E’ chiaro che un orinatoio pubblico è un ambiente estremamente particolare, in cui si accetta una certa violazione della propria privacy, ma anche in questo contesto era possibile osservare tentativi comportamentali di compensazione della violazione dello spazio personale come impercettibili allontanamenti, cambiamenti dell’orientamento del corpo, l’uso di mani e braccia come ostacolo interpersonale, la riduzione del contatto oculare e così via.<br />
Ciò nondimeno l’attivazione emotiva, il disagio che comunque scaturisce dall’invasione dello spazio personale si incanala anche su strade non comportamentali e più strettamente fisiologiche. In particolare è stato dimostrato che l’arousal emotivo può aumentare la pressione intravescicale e inibire il rilassamento dello sfintere esterno dell’uretra. E’ questo il meccanismo fisiologico, che impedirebbe (fisicamente) al paruretico, individuo particolarmente sensibile all’invasione dello spazio personale, di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Se pensate di soffrire di paruresis uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale potrebbe aiutarvi in tempi ragionevolmente rapidi.</p>


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