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	<title>PsicoCafé</title>
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	<description>il sito di Giulietta Capacchione</description>
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		<title>Gelotofobia: paura di essere derisi</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:57:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Gelotofobia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>gelotofobia</strong> è una paura intensa e irrazionale di essere derisi o di essere oggetto di scherno e può essere concepita come una particolare forma di fobia sociale.<br />
Diversi studi su cause e conseguenze della gelotofobia sono stati oggetto di un meeting della International Society for Humor Studies tenutosi a Long Beach in California.<br />
Benché tutti gli esseri umani siano sensibili alla derisione altrui e tentino in ogni modo di evitare imbarazzi, i gelotofobici semplicemente “esagerano”: per essi qualsiasi intervento umoristico è, nei fatti, un attacco personale.<br />
Ma non si tratta di permalosità. Lo psicologo più esperto di questa particolare fobia è il dott. Willibald Ruch dell’ Università di&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>gelotofobia</strong> è una paura intensa e irrazionale di essere derisi o di essere oggetto di scherno e può essere concepita come una particolare forma di fobia sociale.<br />
Diversi studi su cause e conseguenze della gelotofobia sono stati oggetto di un meeting della International Society for Humor Studies tenutosi a Long Beach in California.<br />
Benché tutti gli esseri umani siano sensibili alla derisione altrui e tentino in ogni modo di evitare imbarazzi, i gelotofobici semplicemente “esagerano”: per essi qualsiasi intervento umoristico è, nei fatti, un attacco personale.<br />
Ma non si tratta di permalosità. Lo psicologo più esperto di questa particolare fobia è il dott. Willibald Ruch dell’ Università di Zurigo che ha ipotizzato una difficoltà, da parte di questi soggetti, di interpretare correttamente l’umorismo, che viene pertanto vissuto esclusivamente come fonte di umiliazione. Ma che significa malinterpretare l’umorismo?<br />
Alcune ricerche condotte sull’argomento hanno evidenziato che i gelotofobici sono, per esempio, incapaci di distinguere fra una risata canzonatoria e una risata sprezzante. Visualizzando delle immagini che illustrano persone che ridono in varie situazioni i gelotofobici mostrano problemi a distinguere il riso finto, quello sarcastico, quello malizioso e così via (vedi fig.). Ma c’è di più: essi tendono a credere, con maggior frequenza degli altri, che l’oggetto di ogni risata sono proprio loro: malinterpretando quel set di indizi come i toni vocali e le espressioni facciali che indicano, più o meno oggettivamente, se si è o non si è l’oggetto di una risata, i gelotofobici risolvono facilmente il dilemma: “stanno sicuramente ridendo di me”.<br />
Se qualcuno pertanto ridacchia per i casi suoi al tavolo accanto a quello in cui un gelotofobico è seduto, questi si sentirà costretto ad alzarsi e ad andarsene in preda alla rabbia e alla vergogna perché convinto di essere l’oggetto di quelle risate e quindi l’obiettivo di una non meglio identificata umiliazione. Rabbia, vergogna e paura sono le emozioni principali in questa fobia. Ruch ha sviluppato per la diagnosi un questionario di 46 domande (più tardi modificato in una versione ridotta a 15) che ha chiamato GELOPH e che può essere utilizzato per stimare l’intensità della paura delle risate altrui e per identificare i soggetti la cui paura è basata prevalentemente sulla vergogna.<br />
Prover e i suoi colleghi hanno chiesto a un attore di registrare 20 diverse risate, dalla risatina canzonatoria, alla ridacchiata imbarazzata fino alla grassa risata e alla risata di scherno. I ricercatori hanno poi fatto ascoltare le tracce audio a 40 persone che avevano ottenuto punteggi estremamente alti o estremamente bassi al GELOPH e hanno chiesto loro di giudicare la risata sull’asse piacevole/spiacevole e prepotente/poco prepotente. I risultati hanno dimostrato che i gelotofobici non reagiscono in misura maggiore ai suoni delle risate negative, ma percepiscono le risate positive come sgradevoli o maligne. Secondo Ruch questi risultati concorderebbero con la teoria che i gelotofobicihanno una storia di derisioni nel loro passato, anche infantile. La gelotofobia sarebbe pertanto una paura appresa, dopo l’esperienza reale o immaginata di essere oggetto di risate di scherno.<br />
In un&#8217;altra ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati nel numero di febbraio della rivista Humor, e che ha coinvolto circa 23000 persone in 73 paesi, Ruch ha riscontrato gelotofobia in una percentuale compresa tra il 2 e il 30%. Il gelotofobico in particolare non riporta un maggior numero di episodi nei quali si è sentito oggetto di derisione, ma esperisce gli stessi episodi con un livello di disagio e sofferenza significativamente più alto e con un tempo di ripresa significativamente più lungo. L’incidenza della gelotofobia è particolarmente alta in Asia (leggi qui i dati paese per paese ) dove il tema “salvare la faccia” è piuttosto importante da un punto di vista socio-culturale.</p>
<p>Il sito di riferimento per l’approfondimento è ovviamente <a href="http://www.gelotophobia.org/">http://www.gelotophobia.org/</a> <br />
Questi I riferimenti di una ricerca italiana di Forabosco, G., Dore, M., Ruch, W. &amp; Proyer, R. (in press). <a href="http://giornaledipsicologia.it/gdp/gdp.2009.2/GiornaleDiPsicologia.2009.2.pdf">Psicopatologia della paura di essere deriso. Un’indagine sulla gelotofobia in Italia</a>. Giornale di Psicologia.</span></span> Ruch, W. 2009. </span><a  href="https://www.zora.uzh.ch/13992/1/Ruch_Intro_V2.pdf">Fearing humor? Gelotophobia: The fear of being laughed at</a> (pdf) </p>


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		<title>Paruresis: fobia di urinare in pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Paruresis]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>paruresis</strong>, altrimenti conosciuta come &#8220;<strong>sindrome della vescica timida</strong>&#8221; <strong>(<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pee_shyness">bashful bladder syndrome</a></strong>) è un disturbo ansioso che colpisce prevalentemente gli uomini e consiste nell’impossibilità (fisica) di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro. L’ansia causa una tensione muscolare e rende impossibile il rilassamento dei muscoli sfinterici. Ne soffrirebbe circa un americano su dieci.<br />
Per la stragrande maggioranza delle persone il problema non è che un banale inconveniente. Servirsi del bagno anzichè dell’orinatoio, tirare lo sciacquone o aprire il rubinetto dell’acqua sono strategie sufficienti a gestire quello che è soltanto imbarazzo, ritrosia, pudore della propria intimità.<br />
Per coloro che invece ne sono affetti in maniera più severa&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>paruresis</strong>, altrimenti conosciuta come &#8220;<strong>sindrome della vescica timida</strong>&#8221; <strong>(<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Pee_shyness">bashful bladder syndrome</a></strong>) è un disturbo ansioso che colpisce prevalentemente gli uomini e consiste nell’impossibilità (fisica) di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro. L’ansia causa una tensione muscolare e rende impossibile il rilassamento dei muscoli sfinterici. Ne soffrirebbe circa un americano su dieci.<br />
Per la stragrande maggioranza delle persone il problema non è che un banale inconveniente. Servirsi del bagno anzichè dell’orinatoio, tirare lo sciacquone o aprire il rubinetto dell’acqua sono strategie sufficienti a gestire quello che è soltanto imbarazzo, ritrosia, pudore della propria intimità.<br />
Per coloro che invece ne sono affetti in maniera più severa e vedono in qualche modo intaccata la propria qualità di vita viene utilizzato frequentemente e con successo il <strong>trattamento comportamentale</strong> della <em>desensibilizzazione in vivo</em>.  Si svolge usando un “pee buddy”, un “compagno di pipì” che è presente quando si ha bisogno di urinare.<br />
Questa persona comincia stando nella stanza adiacente con la porta aperta e, non appena è diventato più facile emettere il flusso urinario, gradatamente si posiziona più vicino e poi ancora più vicino.<br />
Anche se il tutto può sembrare molto buffo alcuni paruretici arrivano a considerare ed attuare soluzioni radicali come l’autocateterizzazione per tentare di gestire questa fobia.<br />
L&#8217; <a href="http://www.paruresis.org/">International Paruretic Association </a>fornisce molte informazioni utili a chi pensa di soffrire di questo &#8220;disturbo&#8221; ed è costretto, magari per motivi professionali, ad utilizzare frequentemente i bagni pubblici.<br />
Anche in Italia esiste la <a href="http://www.paruresis.it/">Comunità Italiana Paruretici</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1976 Dennis Middlemist della Oklahoma State University effettuò uno studio per comprendere  il meccanismo psicologico alla base della paruresis.  Fu manipolata la variabile “invasione dello spazio personale” posizionando, vicino all’inconsapevole soggetto sperimentale, un’altra persona (un altro assistente dei ricercatori) all’orinatoio più vicino oppure a all’ orinatoio immediatamente successivo a quello adiacente.<br />
Come previsto, quando gli uomini avevano una persona all’orinatoio più prossimo era osservabile un ritardo nell’inizio della minzione di 8.4 secondi, mentre quando “l’intruso” era a un orinatoio di distanza, il ritardo era di 6.2 secondi. 4.9 secondi erano sufficienti agli uomini che si trovavano nella toilette da soli.<br />
Anche la durata della minzione seguiva gli stessi andamenti. In media era di di 17,4 secondi quando l’intruso era vicino, 23, 4 secondi quando era a un orinatoio di distanza e 24,8 secondi in condizioni di solitudine.<br />
E’ chiaro che un orinatoio pubblico è un ambiente estremamente particolare, in cui si accetta una certa violazione della propria privacy, ma anche in questo contesto era possibile osservare tentativi comportamentali di compensazione della violazione dello spazio personale come impercettibili allontanamenti, cambiamenti dell’orientamento del corpo, l’uso di mani e braccia come ostacolo interpersonale, la riduzione del contatto oculare e così via.<br />
Ciò nondimeno l’attivazione emotiva, il disagio che comunque scaturisce dall’invasione dello spazio personale si incanala anche su strade non comportamentali e più strettamente fisiologiche. In particolare è stato dimostrato che l’arousal emotivo può aumentare la pressione intravescicale e inibire il rilassamento dello sfintere esterno dell’uretra. E’ questo il meccanismo fisiologico, che impedirebbe (fisicamente) al paruretico, individuo particolarmente sensibile all’invasione dello spazio personale, di urinare alla presenza reale o immaginaria di qualcun altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Se pensate di soffrire di paruresis uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale potrebbe aiutarvi in tempi ragionevolmente rapidi.</p>


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		<title>Zoofilia o zooerastia</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:29:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[Zoofilia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><span class="Apple-style-span" style="widows: 2; text-transform: none; text-indent: 0px; border-collapse: separate; font: 12px Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; white-space: normal; orphans: 2; letter-spacing: normal; color: #000000; word-spacing: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0px;"><span class="Apple-style-span" style="text-align: left; font-size: 9px;"></span></span></p>
<div class="entryBody" style="margin: 0px; font-family: Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; font-size: 10pt; padding: 0px;">
<p style="padding-bottom: 0px; line-height: 1.6em; margin: 10px 0px; padding-left: 10px; padding-right: 10px; font-family: Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; color: #000000; font-size: 10pt; padding-top: 0px;" align="justify"><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; padding: 0px;">La<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofilia</strong>, o<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zooerastia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>come viene talvolta denominata, è una<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">parafilia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>ben nota alla ricerca psicosessuologica e non certo frutto dei trasgressivi tempi moderni.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Definita come affinità o attrazione sessuale di un essere umano nei confronti di un animale, si distingue dalla mera attività zoosessuale che può essere praticata anche da individui non zoofili, per ragioni di assenza di partner umani o per lucro di fonte pornografica.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Quella di cui parliamo qui è la zoofilia vera e propria, ossia l&#8217;orientamento psicosessuale autentico nei confronti di un animale.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />La discussione sull’eticità di tale comportamento prende avvio dalla considerazione che la pratica<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoosessuale</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>può configurarsi in ogni caso come abuso sull’animale. Da un punto di vista penale le&#8230;</span></p></div>


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			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="Apple-style-span" style="widows: 2; text-transform: none; text-indent: 0px; border-collapse: separate; font: 12px Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; white-space: normal; orphans: 2; letter-spacing: normal; color: #000000; word-spacing: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0px;"><span class="Apple-style-span" style="text-align: left; font-size: 9px;"></p>
<div class="entryBody" style="margin: 0px; font-family: Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; font-size: 10pt; padding: 0px;">
<p style="padding-bottom: 0px; line-height: 1.6em; margin: 10px 0px; padding-left: 10px; padding-right: 10px; font-family: Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; color: #000000; font-size: 10pt; padding-top: 0px;" align="justify"><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; padding: 0px;">La<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofilia</strong>, o<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zooerastia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>come viene talvolta denominata, è una<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">parafilia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>ben nota alla ricerca psicosessuologica e non certo frutto dei trasgressivi tempi moderni.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Definita come affinità o attrazione sessuale di un essere umano nei confronti di un animale, si distingue dalla mera attività zoosessuale che può essere praticata anche da individui non zoofili, per ragioni di assenza di partner umani o per lucro di fonte pornografica.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Quella di cui parliamo qui è la zoofilia vera e propria, ossia l&#8217;orientamento psicosessuale autentico nei confronti di un animale.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />La discussione sull’eticità di tale comportamento prende avvio dalla considerazione che la pratica<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoosessuale</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>può configurarsi in ogni caso come abuso sull’animale. Da un punto di vista penale le giurisdizioni adottano strategie di criminalizzazione o depenalizzazione molto differenti da un paese all’altro.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Da un punto di vista squisitamente psicologico si tende a non giudicarla come una psicopatologia, a meno che non abbia il connotato della compulsività e danneggi seriamente altre aree di funzionamento dell’individuo.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />L’attività e il desiderio in sé stesso non sono più catalogati da tempo come disturbo mentale nel DSM IV, che ne sancisce così la natura di &#8220;variante&#8221;, benchè estrema, dell’orientamento e comportamento sessuale.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />L’incidenza non è facile da stimare a causa delle difficoltà degli<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofili</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>a rivelare un comportamento o un’ attitudine che possa incontrare la riprovazione altrui.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Una<span class="Apple-converted-space"> </span></span><a style="line-height: 1.6em; margin: 0px; color: #7eacb5; text-decoration: underline; padding: 0px;" href="http://www.survey.net/sv-sex.htm"><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; color: #3366ff; padding: 0px;">ricerca sulla sessualità<span class="Apple-converted-space"> </span></span></a><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; padding: 0px;">condotta su internet in maniera anonima, a cui hanno partecipato circa 76,500 persone fra l’ottobre del 2000 e il dicembre 2006, ha rilevato che l’11,3% dei rispondenti si è dichiarato “Bestiality-curious” , il 6% Bestiality-mild e il 4,1% Bestiality-heavy. I rispondenti sono per il 67% maschi, per il 31% femmine, il 12.1% è sotto i 18 anni, il 55.0% ha un età compresa fra i 18 e i 30anni, il 32.9% ha più di 31 anni.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />In una seconda ricerca condotta sempre su internet, che ha coinvolto 6000 persone, alla domanda “hai mai avuto sesso con un animale?” il 13% ha risposto “qualche volta” e il 2% “frequentemente”.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />E’ chiaro che le ricerche su internet hanno un grosso problema di rappresentatività del campione e i risultati vanno interpretati con cautela, anche se chiunque di noi, almeno aneddoticamente, conosce la diffusione della pratica, soprattutto in alcune zone rurali.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />A questo proposito si stima che la progressiva deruralizzazione, avvenuta a partire dalla metà del secolo scorso, con la conseguente riduzione della convivenza fra uomini e animali, avrebbe ridotto l’occorrenza di questi comportamenti, anche se le fantasie sessuali potrebbero essere rimaste ai medesimi livelli del passato.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />La<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofilia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>come orientamento sessuale insorgerebbe in età pre-pubere e pubere, senza differenza fra maschi e femmine.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Come per l’attrazione umana gli zoofili possono essere attratti solo da particolari specie, aspetti, personalità o individui e queste preferenze possono variare nel tempo. Tendono a percepire le differenze fra animali ed esseri umani meno significative e spesso attribuiscono agli animali tratti positivi di cui gli uomini difettano come l’onestà.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Quello che è importante comprendere è che la<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofilia</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>ha una componente sessuale certamente, ma anche una componente affettivo sentimentale, benchè sia, lo capisco, arduo da concepire.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Gli studi più moderni sull’argomento raggiungono alcune conclusioni:<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />1.  L’aspetto da studiare è l’emozione, la relazione e la motivazione della<strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoofilia</strong>, più che la valutazione dell’atto sessuate in sé, che come abbiamo visto può avere altre motivazioni e altri scopi.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />2. Le emozioni degli zoofili verso gli animali possono essere reali, relazionali, autentiche e non solo sostitutive di partner umani.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />3. Molti zoofili hanno o hanno avuto relazioni umane a lungo termine.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />4. C’è una tendenza zoofila implicita o latente, soprattutto di tipo fantasmatico, più diffusa di quello che si crede.<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />5. La distinzione tra zoofilia e<span class="Apple-converted-space"> </span><strong style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;">zoosadismo</strong><span class="Apple-converted-space"> </span>è cruciale.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" /><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />La forte opposizione degli animalisti resta comunque intatta, nella considerazione (non necessariamente dimostrata) che l’attività zoosessuale rimanga, sempre e comunque, abusante.<br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" /><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" />Ricerche e info di ogni genere sull’argomento si trovano sulla<span class="Apple-converted-space"> </span></span><a style="line-height: 1.6em; margin: 0px; color: #7eacb5; text-decoration: underline; padding: 0px;" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Zoophilia"><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; color: #efcd19; padding: 0px;">voce dedicata<span class="Apple-converted-space"> </span></span></a><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; padding: 0px;">di Wikipedia (inglese)<span class="Apple-converted-space"> </span><br style="line-height: 1.6em; margin: 0px; padding: 0px;" /></span><a style="line-height: 1.6em; margin: 0px; color: #7eacb5; text-decoration: underline; padding: 0px;" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Historical_and_cultural_perspectives_on_zoophilia"><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; color: #efcd19; padding: 0px;">Un&#8217;altra pagina</span></a><span style="line-height: 1.6em; margin: 0px; font-family: arial,helvetica,sans-serif; padding: 0px;"><span class="Apple-converted-space"> </span>sempre di wikipedia affronta l&#8217;argomento dal punto di vista storico e culturale.</span></p>
</div>
<p></span></span></p>


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		<title>Acrofobia: la paura delle altezze</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Acrofobia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’acrofobia è la paura delle altezze, quella che comunemente e inappropriatamente viene definita “vertigini”. Come tutte le fobie l’acrofobia è stata considerata l’espressione di  <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">una paura eccessiva o irragionevole per uno stimolo</em> <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">percepito normalmente</em> che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari problemi. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Un recente studio mette in crisi questa concettualizzazione nel caso dell’acrofobia perché ipotizza che essa consista piuttosto in <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">una paura normale di uno stimolo percepito in maniera anormale: </em>gli acrofobici presenterebbero un’alterazione percettiva che li porterebbe a sovrastimare le distanze verticali. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />La ricerca è stata condotta da <strong style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">Russell Jackson</strong> della <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">California State University</em> di San Marcos e pubblicata su <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">Proceedins of the Royal Society</em>. 43 studenti&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’acrofobia è la paura delle altezze, quella che comunemente e inappropriatamente viene definita “vertigini”. Come tutte le fobie l’acrofobia è stata considerata l’espressione di  <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">una paura eccessiva o irragionevole per uno stimolo</em> <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">percepito normalmente</em> che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari problemi. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Un recente studio mette in crisi questa concettualizzazione nel caso dell’acrofobia perché ipotizza che essa consista piuttosto in <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">una paura normale di uno stimolo percepito in maniera anormale: </em>gli acrofobici presenterebbero un’alterazione percettiva che li porterebbe a sovrastimare le distanze verticali. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />La ricerca è stata condotta da <strong style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">Russell Jackson</strong> della <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">California State University</em> di San Marcos e pubblicata su <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">Proceedins of the Royal Society</em>. 43 studenti sono stati selezionati fra coloro che avevano compilato, mesi prima, un questionario di pre-screening contenente, fra molte altre, le 20 domande dell’ Acrophobia Questionnaire o AQ (Cohen, 1977). <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Questo questionario chiede di stimare su una scala likert il livello di ansia in diverse situazioni relative alle altezze quali l’attraversamento di un ponte o un giro sulla ruota panoramica. Il range dei punteggi all’AQ varia da 0 a 120. In media i soggetti non acrofobici ottengono un punteggio inferiore a 30, mentre il punteggio medio della popolazione acrofobica ricade sopra il 50-60. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />I 43 soggetti del campione sono stati selezionati in un range di punteggi che varia da un minimo di 2 a un massimo di 82 (M=36, d.s=17).<br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />L’esperimento vero e proprio è consistito poi nel far stimare ai soggetti l’altezza (14.39 metri) di un parcheggio per auto di 5 piani. <a style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; COLOR: #7eacb5; TEXT-DECORATION: underline; PADDING-TOP: 0px" href="http://psicocafe.blogosfere.it/images/acrofobia_percezione.JPG"><img style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; BORDER-RIGHT-WIDTH: 0px; MARGIN: 0px 8px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; MAX-WIDTH: 440px; BORDER-TOP-WIDTH: 0px; BORDER-BOTTOM-WIDTH: 0px; BORDER-LEFT-WIDTH: 0px; PADDING-TOP: 0px" src="http://psicocafe.blogosfere.it/images/acrofobia_percezione-thumb.JPG" border="0" alt="acrofobia_percezione.JPG" width="200" height="120" align="left" /></a>Come osservate in figura i soggetti potevano trovarsi alla base della superficie verticale da stimare (omino nero) o alla sua cima (omino grigio). La stima dell’altezza avviene &#8220;aggiustando&#8221; una distanza orizzontale sul piano fino a che non sembri uguale a quella da stimare. In pratica i soggetti si posizionano in prossimità della superficie verticale e osservano un assistente dei ricercatori  allontanarsi dalla parete fino a che non raggiunge in orizzontale una distanza che sembri loro equivalente all’altezza della superficie verticale. Quando questo avviene i partecipanti fanno un gesto con la mano e il ricercatore si ferma e annota la distanza percorsa. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />I risultati hanno evidenziato che tutti (ovvero sia chi soffre di acrofobia che chi non ne soffre), sovrastimavano l’altezza della parete, e lo facevano sia che fossero nella posizione “a rischio” in cima al palazzo, sia che fossero nella posizione di sicurezza ben saldati a terra, ma gli acrofobici incorrevano in una sovrastima significativamente maggiore rispetto ai non acrofobici, arrivando a giudicare il palazzo (dalla cima) quasi due volte più alto di quanto fosse in realtà! <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Inoltre i punteggi all&#8217;AQ predicono il grado di sovrastima della distanza verticale.<br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Il problema è a questo punto capire in che direzione guardare al legame tra dispercezione e paura: è la paura che determina una sovrastima percettiva o è la sovrastima che fa insorgere una ragionevole paura?<br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Secondo Jackson il fatto che la sovrastima sia presente anche nella condizione di sicurezza, nella quale il soggetto è saldamente ancorato a terra e non è in nessun modo in pericolo di cadere, suggerisce che sia l’anormale percezione della distanza a produrre la paura e non viceversa. Ma non tutti sono d&#8217;accordo con questa conclusione&#8230;</p>
<p><span style="WIDOWS: 2; TEXT-TRANSFORM: none; TEXT-INDENT: 0px; BORDER-COLLAPSE: separate; FONT: 12px Verdana, Geneva, Arial, Helvetica, Helve, sans-serif; WHITE-SPACE: normal; ORPHANS: 2; LETTER-SPACING: normal; COLOR: #000000; WORD-SPACING: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0px">Jeanine Stefanucci </span>e Justin Storbeck della <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">Virginia University</em> partono dalla constatazione che la paura dell’altezza correla con una sovrastima delle distanze verticali (soprattutto se giudicate dall’alto), ma la interpretano nella direzione opposta a quella di cui abbiamo parlato nel post precedente: sarebbe l’intensa paura che porta a sovrastimare le distanze verticali e non il contrario. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Con una serie di esperimenti sono riusciti a verificare che una sola delle componenti della paura, l’attivazione emotiva (arousal), è sufficiente ad alterare la stima dell’altezza. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Nell’esperimento n. 1 i partecipanti hanno dovuto osservare delle immagini “attivanti” o “non attivanti” a valenza negativa o positiva prelevate dall&#8217;<em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">International Affective Picture System</em> (IAPS, Lang, Bradley, and Cuthbert, 1999).  Le immagini selezionate contenevano inoltre temi legati all’altezza rispettivamente nel 27% dei casi per le attivanti e nel 10% dei casi per le non attivanti. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />A questo punto è iniziato il compito percettivo vero e proprio consistito nello stimare l’altezza di un balcone posto al secondo piano dell’edificio. Anche in questo caso è stato utilizzato il metodo delle <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">visualy matched estimates</em>, ovvero i partecipanti hanno osservato un assistente dei ricercatori indietreggiare lungo il balcone e lo hanno fermato dove hanno ritenuto che la distanza percorsa in orizzontale equivalesse a quella verticale da stimare. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />I risultati hanno evidenziato che le persone che avevano visto immagini attivanti sovrastimavano l’altezza del balcone in misura maggiore rispetto a coloro che avevano visto immagini non attivanti. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Nell’esperimento 2 è stato indagato se anche le distanze orizzontali fossero influenzate dall’attivazione emotiva ed è stato dimostrato che non è così. Nell’esperimento 3 è stata manipolata sia la valenza delle immagini che il grado di attivazione, verificando che è l’attivazione e non la valenza a moderare la stima dell’altezza. In altre parole che ci sia nell’immagine un uomo con il volto coperto di sangue (valenza negativa) o un motociclista che sfreccia a 150 all’ora (valenza positiva) la valenza dell&#8217;immagine non rileva a parità di alto arousal. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Nell’esperimento 4 infine è stato testato se incoraggiare gli osservatori a moderare attivamente il proprio livello di attivazione emotiva può influenzare la stima dell’altezza. In sostanza sono state utilizzate delle immagini attivanti ed il campione è stato sottoposto  a tre condizioni sperimentali: sovraregolazione, sottoregolazione, controllo. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Ai soggetti è stato detto che avrebbero dovuto memorizzare le immagini presentate e che avrebbero ricevuto delle istruzioni che li avrebbero aiutati a ricordarle. Nella condizione di sovraregolazione è stato chiesto ai partecipanti di immaginare che loro stessi o una persona amata fossero i protagonisti dell’immagine. Nella condizione di sottoregolazione è stato detto di guardare alla fotografia da una prospettiva distaccata in terza persona. Al gruppo di controllo è stato detto semplicemente di guardare le foto e di tentare di memorizzarle. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />I risultati hanno evidenziato che le strategie di regolazione emotiva possono effettivamente moderare la sovrastima dell’altezza: coloro che erano nella condizione della sovraregolazione sovrastimavano l’altezza del balcone  in misura maggiore di chi era nella condizione di sottoregolazione o in quella di controllo. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Presi tutti assieme questi dati suggeriscono che è più l’attivazione emotiva (la paura nel caso degli acrofobici) a determinare una dispercezione delle distanze verticali che il contrario. Naturalmente resta da dirimere la questione se le influenze emotive si realizzino al livello più basso della percezione o a livelli cognitivi superiori, in altre parole non possiamo ancora stabilire se l’arousal influenza come i soggetti <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">vedono</em> le distanze verticali o come le <em style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px">giudicano</em>.</p>
<p><strong> Una conferma di questo legame tra dispercezione della verticalità e paura delle altezze, in qualunque direzione lo si voglia concepire, potrà portare qualche cambiamento nel trattamento clinico dell’acrofobia la quale potrebbe utilmente beneficiare di un addestramento alla stima corretta delle distanze in ausilio o in alternativa ai metodi tradizionali di esposizione graduale del paziente ad altezze sempre più alte e contestuale training di gestione dell’ansia. <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" /></strong><br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Paper originale | <a style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; COLOR: #7eacb5; TEXT-DECORATION: underline; PADDING-TOP: 0px" href="http://people.virginia.edu/~jls6sg/Stefanucci%20&amp;%20Storbeck%202009.pdf">Don&#8217;t look down: Emotional arousal elevates height perception </a>(pdf) <br style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; PADDING-TOP: 0px" />Fonte | <a style="PADDING-BOTTOM: 0px; LINE-HEIGHT: 1.6em; MARGIN: 0px; PADDING-LEFT: 0px; PADDING-RIGHT: 0px; COLOR: #7eacb5; TEXT-DECORATION: underline; PADDING-TOP: 0px" href="http://www.newscientist.com/article/dn16658-fear-of-heights-linked-to-vertical-perception.html?DCMP=OTC-rss&amp;nsref=health">New Scientist</a></p>


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		<title>Coulrofobia: la paura dei clown</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giulietta capacchione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fobie]]></category>
		<category><![CDATA[Coulrofobia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>La <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Coulrophobia">coulrofobia</a> è più prosaicamente nota come “paura dei clown”.<br />
Sebbene non esistano statistiche ufficiali, è possibile stimare un&#8217;incidenza del disturbo pari a una persona su sette.<br />
Le reazioni alla vista dei tipici nasi rossi sono quelle classiche della paura intensa: fiato corto, battito irregolare, sudorazione, nausea e un pervasivo sentimento di terrore.<br />
E’ comunemente scatenata da un’esperienza traumatica dell’infanzia e come tutte le fobie può essere incoercibile.<br />
Per la maggiorparte delle persone però è presumibile che si tratti non tanto di una fobia quanto piuttosto di un&#8217;inquietudine e una sgradevolezza dovuta al fatto che un pagliaccio può agire fuori dalle normali regole sociali, può dare spintoni o gettare acqua&#8230;</p>


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			<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Coulrophobia">coulrofobia</a> è più prosaicamente nota come “paura dei clown”.<br />
Sebbene non esistano statistiche ufficiali, è possibile stimare un&#8217;incidenza del disturbo pari a una persona su sette.<br />
Le reazioni alla vista dei tipici nasi rossi sono quelle classiche della paura intensa: fiato corto, battito irregolare, sudorazione, nausea e un pervasivo sentimento di terrore.<br />
E’ comunemente scatenata da un’esperienza traumatica dell’infanzia e come tutte le fobie può essere incoercibile.<br />
Per la maggiorparte delle persone però è presumibile che si tratti non tanto di una fobia quanto piuttosto di un&#8217;inquietudine e una sgradevolezza dovuta al fatto che un pagliaccio può agire fuori dalle normali regole sociali, può dare spintoni o gettare acqua in faccia senza subire conseguenze particolari e il vero timore (e qualche volta il terrore) con buona probabilità è quello più profondo di essere ridicolizzati&#8230;<br />
Autori e scrittori hanno spesso ritratto i clown come agenti del male; indimenticabile Pennywise che violentava e uccideva bambini nel racconto &#8220;It&#8221; di Steven King, o Joker che apparve come antagonista di Batman già nel fumetto nel 1940.</p>


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