Facebook o twitter: una questione di consapevolezza
L’ultimo aspetto su cui vorrei soffermarmi, a conclusione di queste riflessioni sulle applicazioni di social network, è quello relativo al processo psicologico che un utente di twitter o un facebooker mettono in atto quando aggiornano il proprio “status”.
Su entrambe le applicazioni campeggia una domanda che chiede, un po’ impertinentemente, “cosa stai facendo in questo momento?”.
Già…che cosa sto facendo in questo momento?
Di seguito alcuni “status” di miei amici su facebook: “Ascolta con gli occhi chiusi Parlami d’amore, Mariù. Superlativa”, “Teme interpretazioni per mal di schiena resistente”, “Giochicchia con la videocamera in modo casto”, “Si gode un fine settimana di pioggia”.
Non so cosa ne pensate voi, ma io li trovo una vera forma di scrittura creativa, letteratura in formato haiku, produzione di storie minuscole in cui l’utente, non a caso in terza persona singolare, racconta qualcosa di sé, qualcosa di talmente infinitesimale da non essere mai completamente esplicativo, allusioni, suggerimenti se vogliamo.
Uno status è tanto più intrigante quanto più è evanescente, quanto più si apre a un ventaglio di interpretazioni, perchè la comprensione di ciò che è scritto è invocata, ma non definitivamente consentita e forse sarà accurata, o perlomeno plausibile, solo per chi ha una conoscenza più profonda dell’autore.
Ma cosa significa per quest’ultimo aggiornare il proprio status? Si tratta di scegliere fra milioni di cose che si potrebbero scrivere, di individuare un comportamento, uno stato d’animo o un pensiero dal significato che non sia genericamente importante, per sè o per gli altri, ma sufficientemente “rilevante” in quel preciso momento, che possieda una salienza interiore in quell’istante e che non possiederà più fra cinque minuti.
Tutte le volte che si deciderà di rispondere a quella domanda impertinente: “cosa stai facendo in questo momento?” toccherà fermare per un attimo il proprio flusso di coscienza e meta-pensare su sé stessi, per inchiodare in cinque parole un momento unico, ma transeunte. Interrompere in definitiva l’incessante transitorietà della propria esperienza del presente.
Tutto questo si chiama consapevolezza, mindfullness.
Chissà che con applicazioni come queste, nate per il “social”, per la condivisione, non si finisca per conoscere meglio soprattutto sé stessi.