Differenze tra transessuali, omosessuali, bisessuali: capiamoci qualcosa

Per orientarsi tra questi termini, di gran diffusione ultimamente, evitare di usarli a sproposito e soprattutto tentare di capire il vissuto personale che si cela dietro l’etichetta è necessario partire dalla comprensione di una fondamentale distinzione esistente fra identità di genere, sesso biologico e orientamento sessuale.
L’identità di genere si riferisce all’auto-percezione di un individuo come maschio o femmina. Rappresenta pertanto il genere con cui ciascuno di noi si identifica. Trattandosi di auto-percezione l’identità di genere non va confusa con il sesso biologico o genetico che può essere generalmente definito come sesso fisico (maschio o femmina) che l’individuo ha in sorte al momento della nascita.
L’orientamento sessuale rappresenta infine l’attrazione erotica per maschi, femmine o entrambi.
La multipla combinazione fra identità di genere, sesso biologico e orientamento sessuale determina una corrispondente pluralità di manifestazioni cognitivo-affettivo-comportamentali.

L’omosessuale maschio (gay) è un uomo (sesso biologico=maschio) che si sente un uomo (identità di genere=maschile) attratto eroticamente, in prevalenza o esclusivamente, da uomini.
L’omosessuale donna (lesbica) è una donna (sesso biologico=femmina) che si sente una donna (identità di genere=femminile) attratta eroticamente, in prevalenza o esclusivamente, da donne.
Il transessuale male to female (che transita cioè da maschio a femmina) è un uomo (sesso biologico=maschio) che si sente una donna (indentità di genere=femminile) ed è attratto eroticamente da uomini, se è gay, da donne se è eterosessuale o da entrambi se è bisessuale.
Il transessuale female to male (che transita cioè da femmina a maschio) è una donna (sesso biologico=femmina) che si sente un uomo (indentità di genere=maschile) ed è attratta eroticamente da donne, se è lesbica, da uomini se è eterosessuale o da entrambi se è bisessuale.

Mentre l’omosessualità non è considerata un disturbo mentale da diversi lustri, confinandosi in una mera opzione di orientamento sessuale che non incide sull’identità del soggetto, il transessualismo è classificato nel DSM-IV fra le condizioni psichiatriche patologiche e prende il nome di Disturbo dell’identità di genere (DIG).
Il disturbo è connotato dalla cosiddetta disforia di genere ovvero una “forte e persistente identificazione con il genere opposto, un persistente disagio per il sesso biologico di appartenenza, un desiderio di possedere il corpo dell’altro sesso e un desiderio di essere considerati dagli altri come appartenenti all’altro genere”. Questo disagio determina stress psicologico significativo e problemi rilevanti in ambito sociale, lavorativo o in altre importanti aree di funzionamento.
La definizione di disturbo dell’identità di genere è estremamente esplicativa della complessità del vissuto del transessuale il quale non solo nutre un profondo disagio nei confronti del proprio sesso biologico, ma aspira a possedere un corpo come quello dell’altro sesso, si autopercepisce intimamente e psicologicamente come un individuo del genere opposto e sente l’urgenza di essere riconosciuto dagli altri come appartenente all’altro genere, ossia aspira al ruolo di genere contrario al suo, a quel pattern di comportamenti tipicamente attesi da maschi o femmine in una particolare cultura.

Rispetto all’incidenza del fenomeno, le stime dell’ American Psychiatric Association (APA; 2000) parlano di 1 persona su 30,000 maschi e di 1 su 100,000 femmine che richiedono una riattribuzione chirurgica del sesso. Si tratta pertanto correttamente di una stima di prevalenza dei transessuali e non del DIG. Il numero di trans da uomo a donna sembra di gran lunga superiore a quello dei trans da donna a uomo, ma la stima è probabilmente complicata dalla minor visibilità clinica e sociale del trans female to male.

Le cause della disforia di genere e del disordine di identità di genere rimangono un mistero.
Una delle teorie causali più largamente sostenute (Levy et al. 2003) ha a che fare con l’esposizione a innaturali livelli di ormoni maschili o femminili in utero o durante le fasi infantili dello sviluppo. Secondo questa teoria il cervello, esposto a questi inusuali livelli ormonali, si sarebbe sessualizzato in una direzione diversa rispetto al sesso biologico dell’individuo. Naturalmente tale teoria si fonda su alcune evidenze di dimorfismo sessuale cerebrale tra i maschi e femmine.

Le prime avvisaglie di disturbo dell’identità di genere possono comparire nell’infanzia o nella prima adolescenza (si parla in questo caso di transessualismo primario) oppure in età post-pubere e nell’età adulta (transessualismo secondario).

Tipicamente colui che è affetto da disturbo dell’identità di genere comincia prima di tutto la transizione di genere ossia comincia a vivere a tempo pieno identificandosi nel proprio genere di elezione piuttosto che nel genere di nascita.
In seguito o parallelamente alla transizione di genere può essere intrapreso il cammino della transizione sessuale più o meno completa: si potrà far ricorso a cure ormonali ( nella fattispecie una somministrazione di estrogeni per gli uomini e di testosterone per le donne, al fine di produrre alcune delle caratteristiche sessuali secondarie del genere di elezione), si potrà ricorrere all’applicazione di protesi e ad altre operazioni di chirurgia estetica e infine (ma non sempre) si potrà completare la propria transizione attraverso la riattribuzione genitale di tipo chirurgico.

A puro scopo informativo va precisato che il transessualismo, pur ritenuto da diversi studiosi ad eziologia biologica, va distinto da altre condizioni strettamente genetiche e ormonali che sono più propriamente definite di intersessualità. Citiamo soltanto la sindrome di Klinefelter e l’ermafroditismo.
La sindrome di Klinefelter è una condizione di intersessualità genetica che colpisce i maschi che possiedono una composizione cromosomica XXY, e che determina infertilità in adolescenza, riduzione massiva di peli corporei e sviluppo di caratteristiche sessuali secondarie femminili come il seno.
L’ermafrodita è invece un individuo che possiede organi sessuali sia maschili che femminili.

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  1. Zoofilia o zooerastia

14 commenti
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  1. Ho letto alcune notizie pubblicate a riguardo, in particolare mi ha colpito la risposta che la dottoressa Peggy Cohen-Kettenis (docente di psicologia presso la Vrije Universiteit di Amsterdam e responsabile del Gruppo sui Disturbi dell’Identità di Genere del Dipartimento di Psicologia del Centro Medico della stessa Università, annoverata fra i maggiori esperti internazionali di transessualismo) ha dato nel corso di una conferenza tenutasi a Bari il 31 maggio 2003. Il pubblico ha posto una domanda che cito testulmente:
    “D: Se il “vero” transessuale è colui al quale viene consentito il cambiamento di sesso, non ha psicopatologia associata, ha un buon esito post-trattamento, ecc., perché i disturbi dell’identità di genere rientrano nel DSM-IV, ossia vengono classificati come disturbi mentali?
    R: Questo è un buon punto. Credo che le ragioni principali stiano fuori dal DSM. Ad esempio una ragione pratica, anche se non la più importante, è che senza un disturbo classificato nel DSM, in molti paesi le compagnie di assicurazione non coprirebbero le spese del trattamento. So che è un problema di cui si sta discutendo nella preparazione del DSM-V.”
    (non so se posso pubblicare il link da cui ho tratto le info)

    La mia domanda allora è:
    in base a quali criteri, o parametri, si arriva a consentire l’intervento chirurgico? Per la somministrazione di ormoni “si richiede anche che i soggetti dimostrino una accettabile stabilità psicologica”, ma questa affermazione non sembra quasi in contraddizione con la diagnosi stessa di disturbo di identità di genere?
    E per finire, un po’ provocatoriamente mi viene da chiedere: se non se ne conosce in modo sufficiente l’eziologia (biologica e/o psicologica), e nessun approccio teorico è in grado nemmeno di spiegare esaustivamente la patogenesi di tale disturbo, non potrebbe sembrare “forzato” un intervento in tal senso? Ossia: “cambiamo” lo stato biologico dell’individuo a favore del suo stato psicologico?
    Ammetto che può sembrare che le mie parole veicolino un giudizio di fondo, ma i miei sono solo dubbi da persona poco competente in materia, e anche scettica a causa, a mio avviso, delle evidenti contraddizioni insite nel passaggio dalla diagnosi alla terapia.

  2. Ciao Valeria, non condivido molto l’opinione della Cohen-Kettenis. Il Disturbo dell’identità di genere è secondo me correttamente inserito nel DSM-IV perchè è squisitamente mentale/psicologica la sintomatologia e la sofferenza. La disforia di genere è PSICO-patologica di per sè, ma è confinata, direi incapsulata all’interno della psiche del soggetto che per altri aspetti sarebbe perfettamente sano e funzionante se non dovesse anche affrontare l’ansia e la depressione che derivano dalla discriminazione e dalla transfobia sociale.
    Non vedo il problema nella possibilità di giudicare un soggetto con DIG sufficientemente stabile da un punto di vista psicologico da poter decidere con consapevolezza un percorso di transizione biologica, e con questo non voglio dire che sia facile, ma che non è impossibile nè contraddittorio.
    I criteri e i parametri sono diversi e non sto qui a citarli, in ogni caso ogni transessuale che decide per la riattribuzione chirurgica svolge sei mesi di psicoterapia prima di iniziare la terapia ormonale; deve avere un’esperienza di vita reale non inferiore a un anno nel ruolo di genere prescelto e il consenso all’intervento chirurgico non ha comunque luogo prima di due anni dall’inizio dell’iter.
    Il fatto che l’eziopatogenesi non sia chiara non significa che non si possa e non si debba intervenire con un intervento che si è dimostrato “efficace”. Di molte malattie non si conosce l’eziopatogenesi, ma il farmaco che “funziona” si somministra lo stesso perchè l’obiettivo è il sollievo della sofferenza del paziente.
    Rispetto alla tua ultima domanda, non mi sembra “forzato”. Onestamente trovo più violento tentare di voler adeguare a tutti i costi lo psicologico al biologico. :)

  3. Ti ringrazio per la pronta risposta.
    Ripeto, nonostante la domanda mirata e apparentemente retorica, e anche “provocatoria”, in realtà non ho una mia idea a riguardo, o quanto meno non ce l’ho chiara, proprio perchè sono ancora “all’alba” dei miei studi in psicologia. ^_^
    Sinceramente anche io non condivido molto l’idea della Cohen-Kettenis, e non capisco cosa intenda quando dice che “è un problema di cui si sta discutendo nel Dsm-V”… (vogliono togliere il disturbo di identità di genere O_o?)
    Nelle mie domande ho omesso di scrivere una cosa secondo me importante (e forse grave), dandola per scontata: di fatto, la legge italiana non prevede un SOSTEGNO PSICOLOGICO OBBLIGATORIO da accompagnare all’iter di riattribuzione chirurgica. Come dicevi tu esiste (mi sono informata meglio ^_^) un protocollo ben preciso, per portare a COMPIMENTO l’iter di riassegnazione, ma senza un (e mi sembra crudo dirlo, nonchè poco etico) sostegno “obbligatorio” che supporti l’individuo nel delicato passaggio irreversibile da un sesso all’altro, proprio per poi contenere problemi lavorativi, relazionali ed elaborare la conseguente ansia, depressione, ecc, mi sembra comunque che, dal punto di visto psicologico, nella procedura qualche “carenza”, più che contraddizione, forse c’è.
    Risolviamo adeguando il biologico allo psicologico, e poi?!
    Altro punto che rimane per me un interrogativo aperto, perchè sono ancora ignorante in materia, è appunto “l’adeguamento” (secondo i protocolli) del biologico allo psicologico. Leggendo la tua risposta mi è venuto alla mente (vaghe reminiscenze dei miei studi/letture ^_*) un altro disturbo, secondo me affine a questo tema: il Body Integrity Identity Disorder.
    E ti rivolgo un’altra domanda provocatoria: perchè, anche in questo caso, visto il profondo vissuto di disagio e dolore provato da questi pazienti, non si adegua il biologico allo psicologico?!
    Non è allora, come dicevi tu, “più violento tentare di voler adeguare a tutti i costi lo psicologico al biologico”?!
    Per tornare al transessualismo, so che la maggior parte dei trattamenti (anche farmacologici) vengono somministrati senza conoscere i fattori eziopatogenetici alla base di malattie fisiche e disturbi psicologici, ma penso semplicemente che sono ancora pochi gli studi e le conoscenze psicologiche a riguardo (probabilmente proprio perchè il transessualismo viene stigmatizzato e considerato un “problema sociale”, quindi poco studiato forse a causa delle mille resistenze del senso comune) per poter definire “efficace” questo tipo di intervento, sul quale termine hai tu stessa messo le virgolette.
    Grazie per gli stimoli alla riflessione che mi hai dato. ^_^

  4. Sarai anche all’alba dei tuoi studi, ma centri molto chiaramente i punti nodali del dibattito scientifico su questi temi. Brava!
    La Kettenis si riferisce al DSM-V perchè c’è un movimento culturale-scientifico (alcuni psichiatri e molti transessuali) che ritiene la disforia di genere una semplice reazione dell’individuo con variante di genere a una società violenta e discriminante perchè irrigidita stereotipicamente sulla differenza tra maschi e femmine. Secondo questo movimento la disforia di genere non sarebbe nè una malattia nè un disturbo e non esisterebbe affatto in una società più “neutra” rispetto alle identità di genere.
    A me questa posizione convince pochissimo, ma tant’è.
    Rispetto al supporto psicologico io so invece che l’iter di riattribuzione sessuale prevede obbligatoriamente la psicoterapia.
    Con l’omologia con il BIID individui un buon punto: fino a dove si deve inseguire il paziente nel suo desiderio di modificare il corpo fisico? Se ci pensi la questione si pone anche per la dismorfofobia e le richieste di estenuanti interventi di chirurgia plastica.
    Io penso che si possa plausibilmente differenziare fra i disturbi e giustificare approcci terapeutici differenti.
    Il BIID cerca una mutilazione del proprio corpo, cioè un danno funzionale che lo renderà invalido, il transessuale non mira a mutilare una funzione, ma a modificarne la natura.
    Il trans in altre parole non chiede di diventare impotente, di tagliarsi il pene per mutilarsi, ma chiede di sostituire l’apparato genitale con un altro, che è altrettanto funzionale.
    Da questo punto di vista, il medico, di fronte a un BIID e a un trans, può avere un atteggiamento diverso senza contraddizioni di sorta.
    Con la dismorfofobia si introduce invece un altro punto: tipicamente il dismorfofobico non è MAI contento.
    Dopo decine e decine di interventi chirurgici mantiene sempre l’insoddisfazione per il proprio corpo e cerca ancora interventi. Questo lo rende molto diverso da un transessuale e induce il clinico a trattare il dismorfofobico per la sua psicopatologia evitando accuratamente di inseguire i suoi insani desideri.
    Il trans è un soggetto che dopo la riattribuzione chirurgica del sesso, cessa di avere disforia di genere e pertanto non incontra più i criteri diagnostici del disturbo. Da un punto di vista strettamente psicopatologico guarisce anche se naturalmente questo non vuol dire che diventi un individuo felice, sano, integrato, ma sicuramente non ha più il DIG.
    E infine l’ultimo punto. Il transessualismo si studia da metà 800, non sono così pochi gli studi condotti sull’argomento e per diversi decenni è stata tentata anche la psicoterapia con questi pazienti. Purtroppo però non solo non era efficace, ma la sofferenza dei pazienti e il numero di suicidi aumentava sensibilmente.

    Sono io che ti ringrazio tanto per le tue intelligenti riflessioni.

  5. Ti ringrazio per le considerazioni sul mio modo di approcciarmi alle questioni….(^_^) …anche se sul piano universitario questo mi porta un po’ a “vagare” perdendo di vista la finalità pratica del mio percorso di studi.
    Ma la curiosità in ogni campo è tanta e un esame non me la esaurisce…..tant’è che, anche in questo caso, ho ancora “vagato” in merito alla questione transessualismo. Mi hai dato delle indicazioni molto precise, esaustive e condivisibili. Ma ho trovato ancora riscontro a quello che scrivevo io sulla mancanza di obbligatorietà della terapia psicologica. Precisamente ho trovato notizie sul fatto che l’Harry Benjamin International Gender Dysphoria Association (associazione che rappresenta anche in italia uno dei maggiori riferimenti in merito al protocollo da seguire nei casi di disforia di genere – HARRY BANJAMIN STANDARDS OF CARE), probabilmente NON A CASO (e cito testualmente dalla fonte da cui ho tratto le info) “ha cambiato nome in World Professional Association for Transgender Health (WPATH, Associazione Mondiale Professionale per la Salute delle persone Transgender) escludendo la dicitura “Gender Dysphoria” (Disforia di Genere) ed esplicitando di fatto l’accoglimento, da parte della comunità scientifica, della istanza di esclusione dall’elenco delle patologie mentali del movimento transgender. Ricordo inoltre che la WPATH, già dal 1999, ha abolito la psicoterapia obbligatoria negli adulti perché considerata inutile e spesso dannosa, in quanto spesso praticata contro la volontà dei pazienti”… (forse c’è confusione tra terapia che, come dicevi tu, mirava a “modificare” la tendenza a livello psicologico a sentirsi come appartenenti al sesso opposto, e terapia che mira a ridurre o eliminare i sintomi della disforia di genere?)
    Sul sito invece dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere (in Italia) c’è, tra le linee guida, la presenza del percorso psicologico (dignostico e terapeutico/supportivo), ma non dice mai se sia obbligatorio o meno, anzi dice che tali linee guida non sono rigide e che l’accesso al servizio dipende anche “dalla lunghezza della lista di attesa, dalla frequenza degli incontri, dalla disponibilita’ o meno di un servizio pubblico.”
    Per questo volevo chiedere a te ulteriori informazioni più “ufficiali” e chiare, se insomma la terapia psicologica (data la diagnosi di disturbo di identità di genere), in Italia e a livello internazionale, sia obbligatoria oppure “a coscienza” del medico e della struttura accogliente. Grazie ancora. ^_^

  6. Cara Valeria, come ti ho già detto, dalle mie conoscenze il sostegno psicologico è previsto, la parola “obbligatorio” mi fa un po’ impressione: come si fa ad imporre un sostegno psicologico?
    Di sicuro viene fatta una valutazione psichiatrica.
    Ad ogni modo non posso fornirti informazioni “ufficiali” in quanto non mi occupo professionalmente di transessualismo e quello che puoi trovare nei siti dedicati è sicuramente più attendibile.

  7. Vorrei aggiungere delle precisazioni semplicemente per chiarire la mia posizione.
    Ho scritto “sostegno psicologico OBBLIGATORIO” perchè volevo evidenziare il fatto che, non essendo per legge obbligatorio, le implicazioni pratiche ricadono sulla disponibilità o meno del servizio pubblico, non garantendo così l’accesso al servizio a tutti gli individui che arrivano a richiedere una riattribuzione chirurgica.
    Altro fattore, che mi premeva evidenziare, è l’eventualità in cui ci si rivolga a figure professionali che si riconoscono in alcuni movimenti culturali-scientifici (che sostengono che il transessualismo sia una condizione libera da conflitti), le quali possano non ritenere necessaria la possibilità di usufruire di un sostegno psicologico, omettendo quindi tale passaggio, con la convinzione che l’intervento chirurgico da solo “risolva tutti i problemi”, passaggio invece secondo me fondamentale per far fronte al disagio inevitabile che deriva da problemi lavorativi, isolamento sociale, problemi culturali, relazionali.
    Per quanto mi riguarda, penso che nessun trattamento (psicologico o farmacologico) debba essere “obbligatorio”, neanche quando il rifiuto di questo possa mettere a rischio la vita stessa dell’individuo.

  8. Bella discussione! Vado a bomba sulla questione: la risposta della Cohen-Kettenis non è sbagliata, ma non è esaustiva, secondo me. La domanda posta dal tizio durante la conferenza era: se una persona che si sente un uomo nel corpo di una donna (o viceversa) non ha psicopatologia associata perché il DSM la considera patologica?
    La risposta in parte l’hai data tu, Giulietta, quando hai precisato che il fatto che questa condizione procuri sofferenza fa sì che sia una patologia. Ma…
    Il criterio della sofferenza soggettiva è solo uno dei criteri di normalità/patologia che si possono adottare. Alcune patologie del DSM (ad esempio il Disturbo antisociale di personalità) sono egosintoniche, cioè la persona che le vive non prova sofferenza. Eppure è classificato come disturbo.
    Il quesito non è tanto se il Disturbo dell’identità di genere comporta sofferenza, ma che tipo di sofferenza vive chi lo ha. Se mi prendono in giro perché sono nero, ad esempio, non è che essere neri è quindi una patologia. Ma di sicuro soffro.
    E anche le patologie associate bisognerebbe vedere se sono frutto di questo stress continuo dovuto alle vessazioni. Il DSM ha fatto la scelta (finora) di essere “ateorico”, nel senso di non voler indagare sulle cause, perché in psicopatologia le cause sono difficilmente individuabili (o meglio, lo sono se si usa un paradigma biomedico, ma la questione è lunga…). Ma chiunque capisce che se da quando ho 3 anni devo nascondere quello che penso, quello che sento, e se esco allo scoperto mi prendono in giro ferocemente e costantemente, beh, avere alcune forme patologiche (ad esempio pensieri paranoici di persecuzione, difficoltà nel funzionamento sociale e lavorativo etc) mi sembra il minimo.
    Questo per dire che non è così sciocco riflettere sul senso dell’inclusione del Disturbo dell’identità di genere tra i disturbi psicologici.

  9. Caro Roccia, grazie di essere intervenuto. Naturalmente il tuo ragionamento non fa una grinza, ma io non ho detto però che l’inserimento in DSM è giustificato solo dal fatto che esiste sofferenza psicologica, ho detto “è squisitamente mentale/psicologica la sintomatologia e la sofferenza”, dopo aver detto che la disforia di genere (sintomo principe) è psicopatologica di per sè.
    Ora, immaginiamo una transessuale in una società di angeli cherubini, tutti sorrisi e accettazione: il fatto di sentirsi una donna in un corpo di uomo cessa di diventare un problema (psicologico) per lei?
    Son d’accordissimo che non è mai sciocco riflettere, su qualunque cosa! :)

  10. Grazie Giulietta. Sì, il fatto che si abbia un corpo che non corrisponde all’identità percepita di certo provoca sofferenza e problemi psicologici. Esattamente come una persona bassa, in una socetà di Globetrotters “tutta sorrisi e accettazione”. Ma il fatto è che l’identità sessuale condensa molti più significati ed è praticamente inscindibile dall’aspetto sociale e relazionale.
    A me comunque rimane un po’ di perplessità per il fatto che sia codificata come PSICOpatologia. È un po’ come dire a quella ragazza che fu sequestrata per anni e abusata psicologicamente dal padre che era patologica per le reazioni avute durante l’abuso (non per le reazioni successive, in quel caso ok, è un disturbo post-traumatico). Se l’unico problema della persona è il fisico che ha e cambiandolo attraverso un’operazione chirurgica il problema finisce, non so se sia giusto definirla patologica. Chiaramente, ci sarà anche chi vive la “disforia” reagendo psicopatologicamente, così come c’è chi reagisce al cancro in modo psicopatologicamente (e molti lo fanno). Ma non classifichiamo il cancro come psicopatologia. Anche se ho l’impressione che alle case farmaceutiche piacerebbe molto allargare l’utenza…
    Ah, complimenti per il sito e le iniziative connesse! Molto bella la grafica e ottimi i contenuti.

  11. Speriamo che a leggere questa pagina siano in tanti tra quelli che sparano termini a caso senza saperne il significato…! Mi permetto però di aggiungere qualche precisazione. I transessuali (persone in transizione da un sesso all’altro), prima di essere tali, sono innanzitutto transgender (persone che si identificano nel sesso opposto), i quali perdono la definizione di transessuali una volta che la transizione è arrivata a termine.
    Appunto per i media incompetenti in ascolto: una persona transessuale FtM va appellata come un uomo (IL trans, per intenderci), una persona transessuale MtF va appellata come una donna (LA trans)… È snervante sentire così tanti errori nei vari TG, etc…

    Ciao e complimenti per il nuovo blog! ;)

  12. Ciao Jessyshane, tocchi un punto interessante: come va appellato il/la transessuale. Purtroppo è un po’ complicato tenerlo a mente, ma faremmo tutti bene a impararlo. Il rispetto può cominciare dal linguaggio: la forma quasi sempre è sostanza. Grazie per il tuo commento, a presto!

  13. giulietta.. non è complicato, lo trovo invece molto elementare!
    Perdonami.. se tu ti chiami giulietta, mi devo rivolgere a te al maschile oppure al femminile ?
    Pensaci un secondo, non di più :)

    Nota: L’attuale protocollo ONIG rende *obbligatori* i sei mesi di sedute psicologiche e psichiatriche. Sedute che non sono di supporto, sia chiaro, ma finalizzate ad individuare il “disturbo”. Peccato che questo obiettivo sia vano ed i terapeuti si avvalgano di test mooolto stereotipali… leggili!
    TI faccio un esempio che fa sorridere: se ami la matematica il tuo schema è maschile, se ti piace scrivere femminile. A quanto pare ho sempre avuto insegnanti esclusivamente transessuali e non lo sapevo prima di leggere quel test !!! Ovviamente una persona con QI appena sufficiente è in grado di individuare i trabocchetti e rispondere come da aspettative. Aggiungiamo poi che per il terapeuta “classico” la persona transessuale M2F deve aver giocato con le bambole da piccola, esser stata perseguitata dai compagni ed essere attratta dal proprio sesso di origine.
    Suggerirei di leggere “Da Donald a Deirdre: un viaggio in tre atti ai confini dell’identità di: Deirdre McCloskey”
    per comprendere come spesso le persone transessuali non abbiano altri problemi al di fuori della necessità di correggere un difetto di origine e che invece a crearglieli siano i terapeuti…

  14. io sono un padre di una ragazza che sta facendo il cammino di trnsizione e non essendo un medico mi limito solo a descdriver alcune situazioni e sofferenze .
    D……assistita dal fratello minore ci racconto un giorno la SUA sofferenza per quanto ci stava per dire perche lei si sentiva che ci stava deludendo fortemente..subito ci disse di essere gay e stava facendo un cammino psichiatrico visto che stava studiando infermieristica all’università,fu pooi indirizata a centri specializzati perche invece era emerso che la cosa era diversa si cominciava a parlare di transizione ,lei rifiutava il suo corpo non si sentiva a suo agio in quello scafndro ,in quei momenti ci si rese conto anche del perche ( forse ) delle sue irritaizoniocutanee qua ndo si faceva la docia ,che dopo varie visite tentativi di cura si dissero essere disturbi psicosomatici di cui non si conosceva la causa .Certo non è stato facile per noi genitori sapere che lei aveva camminnato da sola per 5 anni senza dirci niente per non darci un dollore non eravamo stati attenti a tutto ecogliere le sue esigenze e segnali magari .ora è sereno sa che gli siamo vicini e lo amiamo piu di prima perche è il piu fragile anche senbra il contrario edi questo non ne è geloso il fratello minore capendo la sofferenza del fratello,il cammino di transizione dura una vita e non credo come si litigano molti scenziati che sia solo un capriccio per svicolare una situazione psicologica nooooo troppa sofferenza anche fisica e umiliazioni ogni qual volta qualcuno ti scambia per una persona DEL’ALTRO SESSO solo perche piu mascolino .da 7 anni è seguita da una psichiatra tra pochi mesi avra la sentenza per poter cambiare sesso e noi vediamo una persona affermata nel campo llavorativo bemvoluta perchela persona rimane quella che è cosi gli hanno detto i colleghi anzi ti vorremo piu bene perche hai avuto il coraggio di intraprendere una strada cosi forse meno dura verso se stessi ma quasi impossibile nel confronto col mom
    ndo che ci circonda .Sono fiero di lei che sta diventando un lui prima perche siamo riusciti da genitori non metere aspettative nei (nostri figli) ma abbiamo cercato di dare loro gli strumenti per districarsi nella vita di questo mondo,non ci ha deluso solo noi siamo delusi di noi stessi perche come genitori siamo arrivati in ritardo ,tutto il resto lo lasciamo ai tecnici che ntra parolloni e punteggiature si scordano della sofferenza e dedll’amore presi come sono a far garantire le propie teorie .un padre orgoglioso del suo novo figlio pietro

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