Noi & Gli Altri


In questa sezione vengono indagati gli aspetti della mente umana implicati nel nostro rapporto con gli altri: emozioni ed espressioni, motivazioni, atteggiamenti, opinioni, comportamenti interpersonali e in gruppo. Giapponesi e italiani hanno lo stesso modo di esprimere la vergogna? Che cosa sono i pregiudizi sociali? E gli stereotipi di genere? Cos’è l’Effetto Lucifero?

Le telecamere di sorveglianza rassicurano o spaventano?

I panorami urbani, è noto, sono ormai invasi da telecamere di sorveglianza. Tali telecamere, nelle intenzioni, dovrebbero fungere da deterrente per i malintenzionati e quindi di conseguenza costituire un antidoto alla paura del crimine per l’onesto cittadino. Su Psychology, Crime & Law è stato  pubblicato lo scorso ottobre uno studio che suggerisce come, in alcune circostanze, non solo questa equazione telecamere=rassicurazione non sia vera, ma sembri vero addirittura il contrario: quando c’è una telecamera si ha un maggiore senso di minaccia, si teme di più per la propria incolumità e si attivano maggiormente gli stereotipi sociali relativi ai “soggetti devianti”.
Ma vediamo meglio come è stata condotta l’interessante indagine.  
I ricercatori hanno letteralmente fermato per strada 120 persone di tutte le età, i generi e le professioni, mentre facevano shopping nella cittadina di Hatfield. Hanno quindi mostrato loro una immagine A4  di un ambiente urbano nel quale potevano essere raffigurati o uno skinhaed o un elegante signorina o nessuno e dove poteva esserci o non esserci, in alto, una vistosa telecamera di sorveglianza.
Ai soggetti è stato quindi chiesto di riferire per il luogo visualizzato:

  • una loro stima del probabile tasso di frequenza di aggressioni, atti vandalici, furti, episodi di ubriachezza molesta, rapine e stupri negli ultimi 30 giorni;
  • quanto sicuri si sarebbero sentiti a camminarvi da soli di notte o di giorno, e quanto sicuro sarebbe stato un loro amico intimo a camminarvi da solo di notte o di giorno;
  • una descrizione della “giornata tipo” del soggetto raffigurato nella scena (ove presente)

I risultati hanno dimostrato che quando la scena conteneva uno skinhead assieme a una telecamera i partecipanti giudicavano il tasso di pericolosità del luogo e il senso di insicurezza personale più elevati rispetto a quando la scena conteneva una donna con o senza telecamera, nessuna persona e anche lo skinhead senza  telecamere. In altre parole era la combinazione fra skinhead e telecamera a indurre la paura e nessuno dei due elementi se presenti separatamente.

La presenza di una telecamera determina anche uno spostamento in senso stereotipico dell’impressione che lo skinhead suscita negli osservatori. Quando, e solo quando, essa era presente i partecipanti allo studio tendevano a descriverne la giornata tipo in accordo con lo stereotipo sociale di riferimento, per esempio affermando che di sicuro durante il giorno “si trattiene al bar” o “fa baldoria”.

E a voi che effetto fanno le telecamere di sorveglianza, vi rassicurano o vi impauriscono?

Williams, Dave and Ahmed, Jobuda The relationship between antisocial stereotypes and public CCTV systems: exploring fear of crime in the modern surveillance society (pdf) Psychology, Crime & Law, 15: 8, 743 — 758



Philofobia: faccia a faccia con la paura di amare

di Francesca Saccà
psicologa a Roma

E’ naturale che un uomo o una donna trovino difficoltà nell’innamorarsi soprattutto se hanno vissuto molto tempo come “single”. Nonostante le cause di questi timori possano essere svariate, la maggior parte è riconducibile ad una sorta di “meccanismo di difesa” secondo il quale “non amiamo per non soffrire”. Infatti, se una passata delusione d’amore ci ha profondamente ferito possiamo arrivare al punto di non volerne più sapere d’innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o essere nuovamente delusi.
Altre cause possono essere riconducibili alla paura di dover rinunciare alla libertà: libertà di poter essere, vivere e agire senza dover rendere conto ad un compagno/a. Non dimentichiamoci che amare significa impegnarsi, gettare la maschera esterna che spesso si indossa, rivelare all’altro le nostre debolezze. Ci sono persone che difficilmente vogliono perdere la libertà che il loro status di “single” comporta e dunque vivono una profonda difficoltà nell’intrecciare relazioni sentimentali.
Il termine esatto che indica la paura di amare è PHILOFOBIA: questa paura, nei casi più estremi, può manifestarsi con gli stessi sintomi di un attacco d’ansia: dispnea, sudore eccessivo, nausea, tachicardia, ed altri sintomi tipici dell’ansia. A livello sintomatologico è proprio l’ansia il sintomo che riscontriamo più frequentemente nelle persone che vivono questa condizione.
Superata l’iniziale difficoltà e il timore di lasciarsi andare a un sentimento “sopito” da tempo l’individuo che intreccia di nuovo una relazione sentimentale vive emozioni profonde e appaganti che lo fanno sentire ancora una volta “vivo”. Dal punto di vista del benessere psicologico infatti questo “tsunami emotivo” è assolutamente positivo in quanto stimola la persona a riaffacciarsi alla vita, a sentirsi amata e stimolata nell’agire, nel divenire e nel credere ancora.
La possibilità di credere una altra volta nell’amore è un ingrediente prezioso per l’equilibrio psichico dell’individuo.
Nel momento in cui la persona percepisce la sua insicurezza di fronte alla possibilità di intrecciare un nuovo rapporto non dovrebbe mai fuggire dinanzi a questa paura bensì cercare di comprenderne le ragioni.
Laddove non ce la facesse da sola, la persona che soffre di philofobia dovrebbe ricorrere all’aiuto di un esperto insieme al quale capire l’origine dei timori e soprattutto individuare le modalità più funzionali per uscire da questa condizione di “solitudine forzata”.

Ecco alcuni importanti suggerimenti da seguire:

- Non fuggire dinanzi alla possibilità di rivivere una storia d’amore. La fuga o l’evitamento non fanno mai scomparire la paura anzi la rafforzano.

- Sperimentarsi nella nuova storia senza anticiparne i possibili esiti ma viverla per quello che offre quotidianamente.

- Evitare di fare confronti/raffronti con storie sentimentali precedenti: ogni storia, così come ogni persona, è diversa dalle altre; il timore che la sofferenza già sperimentata si possa ripetere può essere destabilizzante e paralizzante e non permette di vedere il positivo che c’è nella nuova avventura.

- Parlare liberamente con il nuovo compagno/a delle proprie paure: nelle relazioni interpersonali la condivisione è sempre un elemento prezioso. Infatti, la possibilità di “aprirsi” dopo tanto tempo con un nuovo lui o lei permette all’individuo di riacquistare la fiducia nell’altro, che, nella maggior parte dei casi, è andata perduta a fronte di delusioni precedenti.

- Quando i timori sono molto forti e magari scaturiscono in una vera e propria psicopatologia cercare di approfondirne le ragioni con l’aiuto di un esperto



Il pettegolezzo nei luoghi di lavoro è più indiretto

Nell’ultimo numero del The Journal of Contemporary Ethnography Timothy Hallett, un sociologo della Indiana University, descrive il suo lavoro, durato circa due anni, finalizzato a studiare le politiche istituzionali di una scuola elementare in una città del MidWest. Durante quel periodo egli ha videoregistrato gli  incontri formali  di un gruppo di docenti che si riunivano regolarmente per discutere problemi della scuola e strategie di fronteggiamento.
Durante questi meeting gli insegnanti occasionalmente cominciavano a deviare dagli argomenti dell’ordine del giorno e a discutere delle loro opinioni e sensazioni nei riguardi dell’amministrazione della scuola, in particolare nei riguardi della direttrice, che non era molto apprezzata per il suo stile e il suo sforzo di imporre una maggiore rendicontazione  agli insegnanti.
Questi episodi di gossip sono stati analizzati con il metodo della etnografia linguistica e hanno consentito agli autori di individuare alcune differenze fra il pettegolezzo in un contesto di lavoro e il pettegolezzo rilevato da altri studi in contesti informali.
In particolare confrontando i loro dati, gli autori hanno identificato 11 nuove classi di risposte, incluse quattro forme di gossip indiretto che nasconde il pettegolezzo sotto un manto di ambiguità e sette forme di evitamento che modificano la traiettoria del pettegolezzo stesso.
Il gossip sul posto di lavoro tende ad essere prevalentemente negativo come quello che si osserva nei contesti informali, ma è più ricco e più elaborato, le “cattiverie” sono più sottili e le conversazioni meno prevedibili, come se, più che il pettegolezzo, fosse messa in atto una guerra di reputazione.
Le persone in generale sono più prudenti perché sanno che non possono perdere solo un’amicizia, ma il benessere sul posto di lavoro o, talvolta, il lavoro stesso.
Invece di fare critiche dirette, si preferisce esprimere velati commenti sarcastici in maniera obliqua, anche per saggiare la situazione e la posizione degli altri. Oppure si utilizzano tattiche indirette come la lode del predecessore per sminuire, per comparazione, l’attuale collega o superiore.
Benchè il gossip nei luoghi di lavoro sia apparentemente più moderato e meno esplicito, non significa che non possa esplicare effetti deleteri sulle dinamiche di gruppo e sui rapporti interpersonali reciproci.
Hallet suggerisce di non illudersi irrealisticamente di spazzar via il pettegolezzo, ma di mettere in atto una serie di strategie per gestirlo al meglio.
Se, per esempio, un rivale di ufficio comincia a criticare uno dei vostri alleati assenti, si può effettuare una valutazione positiva preventiva per fermare l’attacco. Un rapido “non sta forse facendo un ottimo lavoro?” potrebbe bastare.
Nel caso in cui il proprio rivale persistesse con il sarcasmo indiretto – “Oh, come no! Proprio un gran lavoro!” – si può forzare il problema chiedendo con calma che cosa significa. Spesso una richiesta di chiarimento fatta con una voce gradevole, può mettere a tacere il commento sarcastico.
Se questo non funziona, il dottor Hallett suggerisce di provare una tattica ancora più semplice che è stata utilizzata con successo in occasione delle riunioni degli insegnanti esaminati e che è disponibile in qualsiasi posto di lavoro in qualsiasi momento. Consiste nel domandare, quando il gioco si fa duro: “Non abbiamo del lavoro da fare qui?”

Paper | Gossip at Work: Unsanctioned Evaluative Talk in Formal School Meetings



Pupe all’attacco: il bullismo femminile

di Francesca Crovasce
psicologa a Rimini

Il bullismo femminile è un fenomeno solo recentemente divenuto oggetto di attenzione clinica e mediatica. I ragazzi però lo conoscono bene: secondo alcuni dati resi noti dalla Società Italiana di pediatria, il 64,3% delle ragazze e il 46,4% dei ragazzi affermano che i bulli sono ugualmente maschi e femmine. Ciò che cambia è il modo di essere “bullo”.
In generale, a differenza del bullismo maschile, il bullismo al femminile si manifesta in maniera più subdola perchè è meno basato sullo scontro fisico e maggiormente caratterizzato dall’uso “violento” dell’interazione verbale al fine di umiliare la vittima ed escluderla dal gruppo. 

L’espressione del bullismo femminile si basa su dinamiche di predominanza e prevaricazione sull’altro, può palesarsi con minacce, anche via sms,  con  pretese di aiuto, con la persecuzione, con la diffusione di notizie false e pettegolezzi infondati, con la derisione pubblica per la goffagine della vittima.
Generalemente gli episodi si verificano durante la ricreazione o in momenti in cui l’insegnante non è presente o nel tragitto verso scuola, o sull’autobus.

Il movente principale della bulla è la gelosia, o peggio, l’invidia. Di solito la “bulla” si atteggia come una regina circondata da un certo numero di amiche, accuratamente selezionate da lei stessa, che maltrattano, respingono ed escludono la vittima non gradita.

Le vittime generalmente sono soggetti molto sensibili e calmi, diligenti, più deboli dal punto di vista fisico, insicuri e se vengono “attaccati” reagiscono piangendo e chiudendosi in sè stessi. Benchè il comportamento della “bulla” sia molto meno evidente di quello del bullo maschio, e proprio per questo più difficile da identificare, esso può determinare nella vittima conseguenze molto più gravi sotto il  profilo psicologico.

Particolarmente interessante appare la differenziazione emergente fra bulle del Sud-Italia e bulle settentronali. Le bulle meridionali tipicamente respirano violenza in casa e vengono da famiglie povere e disagiate, spesso hanno fratelli o padri con precedenti penali. Di solito incassano l’appoggio genitoriale quando gli insegnanti tentano di porre un freno al loro comportamento. Inoltre al Sud le “ragazze terribili” sembrano covare odio sociale nei confronti delle loro coetanee acqua e sapone.
Al Nord invece molti casi di bullismo hanno come protagoniste ragazze “bene”, con genitori istruiti e una posizione sociale medio-alta. Le bulle sono per lo più ragazze con una famiglia “normale”, che non hanno vissuto esperienze dolorose tra le pareti domestiche e che si nascondono dietro ad un impeccabile look da “collegiale”.

Ma quali possono essere le cause dell’emersione o della maggior diffusione del bullismo al femminile?
E’ possibile ipotizzare che stia cambiando, nell’immaginario collettivo giovanile e adolescenziale, la figura della ragazza vincente. Vi si conforma una ragazza che fa parte del branco, che urla, che veste alla moda, che si comporta come una donna adulta, che ha il potere di controllare eventi e persone più fragili, che non conosce e riconosce il valore della diversità, ma che al contrario promuove l’omologazione e che può decidere chi includere o escludere dalla propria cerchia.
A contribuire a veicolare questi comportamenti, o ad esserne semplicemente specchio, potrebbero essere anche alcuni film e serie tv che, dopo fate e principesse, hanno proposto alle ragazze nuovi modelli di riferimento, si pensi alle “Mean Girls” di  Lindsay Lohan, alle “Gossip Girls” e ancora alle protagoniste di “Therteen” o a quelle del film italiano “Caterina va in città” di Paolo Virzì.

Si sta lavorando molto per combattere questo fenomeno, ma si deve fare di più. Nelle scuole sono stati  creati  progetti  antibullismo molto adeguati e utili che prevedono, oltre al coinvolgimento dei ragazzi, anche quello diretto dei genitori.

Paper | Girls, Bullying Behaviours and Peer Relationships: The Double Edged Sword of Exclusion and Rejection

Approfondimenti | Bullismo.com
Mean girls



Il tuo capo è uno stronzo? Forse si sente inadeguato.

Cosa differenzia un buon capo da un capo che abusa della sua autorità e vessa i suoi sottoposti? Il potere logora, dicono, ma perché non logora tutti allo stesso modo?
Secondo Nathanael Fast e Serena Chen la risposta è nell’adeguatezza/inadeguatezza percepita. 
In altre parole se il boss si percepisce come incompetente (badate bene non è detto che lo sia davvero, è sufficiente che pensi intimamente di esserlo) si sentirà particolarmente minacciato e ricorrerà alla sua autorità per veder riconosciuto e confermato il suo ruolo. Gli esperimenti condotti dagli autori sono soltanto preliminari e non particolarmente conclusivi, ma intercettano delle correlazioni interessanti.
Ad esempio intervistando diversi manager è emerso un alto tasso di aggressività fra coloro che si descrivono come cronicamente preoccupati del giudizio altrui.
Dopo aver fatto immaginare ai partecipanti un periodo o una situazione in cui si erano sentiti particolarmente incompetenti, essi tendevano a mostrare un atteggiamento aggressivo scegliendo un pegno particolarmente noioso per un ipotetico studente che non avesse risposto in maniera corretta a un ipotetico quiz.
Ancora, posizionando alcuni studenti in posizione di potere su un altro studente immaginario (dovevano scegliere per lui un test di intelligenza) e fornendo loro un finto risultato a un questionario sulla leadership che li definiva di scarsa influenza sugli altri, era possibile osservare come essi mostrassero una maggiore aggressività sociale, scegliendo per il loro studente immaginario un test extra difficile.
Questa tendenza aggressiva diminuiva se  ai partecipanti veniva invece fornito un eccellente feedback al questionario di leadership.
Prese complessivamente queste evidenze suggeriscono che la sensazione di incompetenza percepita, in qualunque modo si attivi nella mente del soggetto che ha potere, fa emergere un senso di minaccia dell’io che difensivamente ricorre all’aggressività per ripristinare la propria posizione di dominanza.

Fonte | Fast NJ, & Chen S (2009). When the Boss Feels Inadequate: Power, Incompetence, and Aggression (pdf)  Psychological science