Mente & Corpo


In questa sezione vengono riportate le notizie scientifiche più aggiornate sui temi di base della ricerca in psicologia: cognizione, percezione, memoria, attenzione, linguaggio. Vengono fornite risposte alle domande più intriganti: Come ragioniamo? Come si mantengono o si perdono i ricordi? Davvero il mondo è come lo percepiscono i nostri occhi? Si può guardare senza vedere?

L’ambiente caldo “riscalda” percezioni, relazioni e linguaggio

Hans Ijzerman e Gun Semin hanno recentemente pubblicato uno studio su come la temperatura dell’ambiente riesca a modificare i vissuti delle persone ovvero quanto si sentono vicine le une alle altre (prossimità sociale), ma anche il tipo di linguaggio che usano (più concreto o più astratto) e finanche il modo con cui intravedono relazioni fra oggetti e forme.
Nel primo esperimento 33 studenti hanno sorseggiato una bevanda calda o una fredda, mentre lo sperimentatore apparentemente installava un questionario sul computer. Dopo aver completato il questionario (su argomenti che non c’entravano nulla con lo studio), ai soggetti è stato chiesto di scegliere una persona a loro nota e di “utilizzarla” come target per la scala IOS.

IOS

La scala IOS o Inclusion of Other in Self Scale è costituita da diversi doppi-cerchi  io/altro a differenti livelli di sovrapposizione. Al soggetto si chiede di indicare quale grado di sovrapposizione c’è nella relazione fra sé e l’altro considerato:  maggiore è la sovrapposizione dei cerchi più alta è la prossimità sociale, la distanza percepita fra il sé e l’altro.
I risultati dell’esperimento hanno dimostrato che coloro che avevano sorseggiato la bevanda calda sceglievano un grado di prossimità sociale maggiore con la persona prescelta rispetto a  quelli che avevano bevuta la bevanda fredda.
In un secondo esperimento la temperatura è stata manipolata facendo soggiornare i soggetti  per metà in una stanza freddina (15-18 gradi) e per metà in una stanza riscaldata (22-24 gradi).
I soggetti hanno quindi visionato un film che hanno poi dovuto descrivere a parole proprie. Le risposte sono state registrate e categorizzate sulla base della loro astrattezza e/o concretezza utilizzando il Linguistic Category Model I risultati hanno dimostrato che i soggetti soggiornanti nella stanza calda usavano un linguaggio più concreto e fisico per descrivere il film.

triangoli

Infine un terzo esperimento ha tentato di verificare l’effetto della temperatura sul modo con cui i soggetti percepiscono relazioni fra oggetti. Per esempio di fronte a tre triangoli sistemati in una formazione triangolare (in alto al centro)  si può decidere che essi sono “più simili” a tre quadrati in formazione triangolare (in basso a sinistra)  o  a quattro triangoli in formazione quadrata (in basso a destra).
In realtà la maggior somiglianza è con i tre quadrati, in quanto pur non condividendo l’aspetto condividono con lo stimolo-obiettivo la configurazione relazionale.
Ebbene questa “sensibilità” alla relazione fra le forme piuttosto che all’aspetto era espressa in misura maggiore dai soggetti che svolgevano il compito nella stanza calda.
In generale questi risultati supportano l’idea che, poiché  pensiamo e percepiamo  le relazioni, sia fra persone che fra forme, attraverso il nostro corpo,  la temperatura possa avere un effetto diretto su queste percezioni.
Da un punto di vista estremente pratico, nei posti di lavoro, nelle squadre sportive, a scuola e ovunque sia necessario fare team building, bisognerebbe sincerarsi che l’ambiente sia “caloroso”, anche nel senso letterale del termine.

Ijzerman H, & Semin GR (2009). The Thermometer of Social Relations: Mapping Social Proximity on Temperature. Psychological science



Le persone che si perdono si muovono in cerchio, davvero!

E’ credenza comune che le persone che si perdono in un territorio non familiare comincino a girare in tondo. Sebbene non sia esattamente corroborata da dati scientifici è una percezione piuttosto diffusa.
Souman e colleghi, su un recente numero di Current Biology, hanno provato a verificare cosa ci fosse di vero. Hanno così testato l’abilità di alcuni volontari di camminare diritti attraverso territori non familiari in due ambienti diversi: una foresta e il deserto del Sahara.
Le traiettorie seguite durante diverse ore di cammino sono state registrate attraverso un sistema gps e hanno evidenziato come i soggetti effettivamente camminassero in cerchi quando non riuscivano a vedere il sole. Quando il sole era invece visibile i partecipanti talvolta si allontanavano dall’ipotetica linea retta, ma senz’altro non camminavano in cerchio.
I ricercatori hanno anche valutato l’abilità dei soggetti di camminare diritto con gli occhi bendati, quindi in totale assenza di riferimenti esterni. In queste circostanze le persone cominciavano a camminare in cerchi spesso sorprendentemente piccoli (inferiori ai 20 metri di diametro).
Gli autori suggeriscono che questo comportamento sia il risultato di un accumulo di rumore (di errori diremmo noi) nel sistema sensomotorio. Tale sistema, senza un riferimento direzionale esterno che gli consenta di ricalibrarsi, accumulerebbe sistematici errori di posizionamento del corpo nello spazio benchè la percezione soggettiva resti quella di camminare in linea retta.
Tutti questi errori consecutivi finirebbero per determinare un andamento circolare.
La prossima volta che qualcuno di dirà “ma stiamo girando in tondo!”, credetegli.

Fonte | Jan L. Souman, Ilja Frissen, Manish N. Sreenivasa and Marc O. Ernst
Walking Straight into Circles  Current Biology, Volume 19, Issue 18, 29 September 2009, Pages 1538-1542



Il bias dell’unità (potenza dell’uno)

E’ stato ormai dimostrato il cosiddetto “effetto porzione“: la quantità di cibo che le persone mangiano  sembra variare a seconda della grandezza della porzione e non a seconda di un più ovvio “desiderio” di cibo. Ma perchè?
Andrew Geier e colleghi dell’Università della Pensilvania hanno provato a comprenderlo lasciando una ciotola di dolci nella hall di un palazzo, accompagnata da un cartello con su scritto “Mangiate a sazietà: utilizzate  prego il cucchiaio per servirvi”.
Per alcuni giorni hanno lasciato un cucchiaio da tavola, in altri giorni un cucchiaio da zuppiera quattro volte più grande. I passanti avrebbero potuto naturalmente servirsi poco o tanto a seconda del loro desiderio e indipendentemente da quale cucchiaio fosse disponibile,  ma in media, e come già verificato da altri studi, durante i giorni in cui era stato fornito il cucchiaio più grande veniva presa dal piatto una quantità di dolci di oltre 1 volta e mezzo più grande rispetto ai giorni in cui era stato fornito il cucchiaio piccolo. 
I ricercatori pensano  che questo abbia a che fare con il “bias dell’unità”, il senso cioè che una singola entità sia la quantità adatta da consumare. E’ come se il cervello utilizzasse l’euristica che la porzione “adatta” è una cucchiaiata, quindi ne consegue che quando il cucchiaio è più grande le persone prendono più dolci.
Se ci riflettete questa cosa non è ovvia per nulla, a parità di condizioni ( sempre che si possano omogeneizzare  caratteristiche dei passanti, orari, giorni della settimana…) la quantità di dolci mangiati non dovrebbe variare.
Anche un ipotetico “effetto imbarazzo” ( se le porzioni sono piccole ci si può sentire “avidi” a prenderne più d’una) non si dovrebbe verificare quando le persone sono sole di fronte al piatto offerto, anche se questo apre a tutto un discorso di introiezione delle regole sociali…
In un altro esperimento, i ricercatori hanno trovato che , misurate a peso, venivano mangiate ciambelline salate in misura significativamente maggiore quando la ciotola conteneva 60 ciambelline intere , rispetto a quando la ciotola conteneva 120 mezze ciambelline. Le persone prendono sempre una sola unità e quindi il peso complessivo delle mezze ciambelline prese era ovviamente più basso a parità di passanti.
Difficile dire se il bias dell’unità è un elemento cognitivo o una norma sociale, o entrambe le cose, eppure pare che le norme condivise di consumo promuovano l’idea che una singola unità sia una porzione adeguata anche in altri settori. I ricercatori citano (forse non proprio a proposito)  l’esempio dei film o delle giostre: “vedere due film è raro, ma un film molto lungo no, e salire su un’attrazione al luna park è sufficiente sia che duri 1 minuto sia che duri 5 minuti”.
E’ indubbio che altri fattori giochino un ruolo nell’effetto porzione, anche perché la quantità di alimento presa non varia  in misura direttamente proporzionale con la grandezza dell’unità offerta.
Probabilmente il “bias dell’uno” è uno dei fattori che contribuiscono al verificarsi dell’effetto porzione.

Geier, A.B., Rozin, P. & Doros, G. (2006). Unit bias. A new heuristic that helps explain the effect of portion size on food intake. Psychological Science, 17, 521-525.
Via BPS



La sindrome di Capgras e l’invasione degli ultracorpi

 Film cult del cinema di fantascienza,  l ’invasione degli ultracorpi  descriveva perfettamente, al di là del plot narrativo, la sindrome di Capgras.
Detta anche illusione del sosia o del doppio, fu descritta per la prima volta nel 1923 dallo psichiatra francese Capgras da cui ha preso il nome.
Si tratta di un disordine piuttosto raro costituito da una particolarissima forma di delirio-paranoia: credere che le persone conosciute (mariti, mogli, figli e parenti) siano state sostituite da cloni e che questi, pur avendo il medesimo aspetto e gli stessi comportamenti, siano in realtà degli impostori.
Nel 1991 fu
descritto il caso di una paziente di 74 anni che era convinta che suo marito fosse stato sostituito da un estraneo. Si rifiutava di dormire con l’impostore, si chiudeva a chiave nella sua stanza, e aveva chiesto a suo figlio di procurarle una pistola. Non mostrava però alcun fenomeno di errata identificazione nei confronti di altre persone della sua vita.
Nel 2003 il neuroscienziato Ramachandran in uno splendido libro dal titolo Che cosa sappiamo della mente racconta di un paziente che, al risveglio da un incidente stradale, di fronte a sua madre accorsa al suo capezzale, si rivolse con circospezione al dottore e gli sussurrò in un orecchio che la  persona nella stanza somigliava in maniera stupefacente a sua madre, ma non lo era e di sicuro si trattava di una persona che si stava dolosamente spacciando per lei.
Alireza Nejad e Khatereh Toofani hanno
riportato una variante estremamente rara della sindrome di Capgras in cui una donna di 55 anni crede che gli oggetti che possiede siano stati tutti sostituiti da altri oggetti del tutto simili.
E’ una forma molto rara perché è una trasposizione delirante relativa agli oggetti e non alle persone e perché non ci sono altri malfunzionamenti cognitivi: la memoria della paziente è intatta, il senso del tempo, dello spazio e la cognizione sociale sono coerenti e l’intelligenza è normale. Non ha una storia di danno cerebrale o di emicrania e la tac non ha rivelato grosse anormalità.Secondo le più recenti teorie eziologiche di questo incredibile disturbo, esso sarebbe collegato a una interruzione fra le aree cerebrali deputate al riconoscimento del volto (giro fusiforme) e le aree deputate a realizzare la coloritura emozionale del riconoscimento (l’amigdala).
Questi pazienti, al contrario dei prosopagnosici, mantengono cioè intatta la capacità di riconoscere i volti, ma, non provando nessuna emozione di fronte ad essi, vedono spezzato il senso di familiarità e “giustificano” l’ anaffettività che provano con il fatto che la persona che hanno di fronte è in realtà un estraneo. L’assenza di emozione è stata dimostrata e misurata con la rilevazione della conduttanza cutanea.
Nel mondo qualcuno si domanda sul serio “chi sogna pecore elettriche?” (questa è una chicca per intenditori.)



Per imparare è meglio il giorno o la notte?

Acquisire una nuova abilità richiede l’apprendimento simultaneo di molteplici aspetti di un compito. Per esempio, per imparare ad eseguire una sonata al pianoforte è necessario apprendere l’esatta sequenza delle note musicali, ma anche l’appropriata sequenza del movimento delle dita.Daniel Cohen e colleghi della Harvard Medical School hanno indagato questi due aspetti con un esperimento veramente ingegnoso: hanno chiesto a  50 soggetti di imparare una sequenza di tasti da pigiare con la mano destra (training).
Hanno poi chiesto ad alcuni partecipanti di rifare la medesima sequenza di note, ma utilizzando la mano sinistra. Ovviamente dovendo usare una mano diversa questo gruppo doveva, nei fatti, apprendere un ordine differente con cui muovere le dita (Situazione A)
All’altro gruppo è stato proposto lo stesso cambiamento della mano con in più l’apprendimento di una nuova sequenza di note,  speculare a quella appresa in precedenza, ma tale per cui l’ordine dei movimenti delle dita restava il medesimo.(Situazione B) 
 

 

Aaa
Alcuni dei partecipanti completavano questa parte iniziale dell’esperimento la mattina, gli altri la sera.
Dodici ore dopo, del gruppo che aveva imparato nuovi movimenti delle dita (situazione A), solo coloro che avevano appreso il compito di mattina mostravano segni di miglioramento dell’appredimento.
Al contrario, del gruppo che aveva dovuto imparare anche una nuova sequenza di note (situazione B) solo coloro che avevano appreso il compito la sera precedente, e avevano perciò dormito, mostravano qualche segno di miglioramento.
Questo esperimento, secondo i suoi autori, mostra che il cosiddetto “consolidamento” dell’apprendimento non è un processo unico, ma avviene con modalità differenziate sia a seconda di differenti aspetti della memoria procedurale (che sono quindi processati separatamente) sia a seconda del momento della giornata in cui il consolidamento ha luogo.
Determinati aspetti di specifici compiti trarrebbero giovamento dal consolidamento notturno post sonno, altri invece dal consolidamento diurno.
Ad esempio prima di un esame o di un’interrogazione è sempre consigliabile concedersi una buona notte di sonno: è noto da tempo infatti che i contenuti di tipo “nozionistico”, appresi subito prima di dormire, ottengono un consolidamento mnestico rilevante e al mattino i ricordi di quanto appreso sono pronti ad essere recuperati. 

Abstract |  Off-line learning of motor skill memory: A double dissociation of goal and movement.