Mente & Corpo


In questa sezione vengono riportate le notizie scientifiche più aggiornate sui temi di base della ricerca in psicologia: cognizione, percezione, memoria, attenzione, linguaggio. Vengono fornite risposte alle domande più intriganti: Come ragioniamo? Come si mantengono o si perdono i ricordi? Davvero il mondo è come lo percepiscono i nostri occhi? Si può guardare senza vedere?

Il divagare della mente: storia di viaggi avanti e indietro nel tempo

410628571_60850adfd1_oSognare ad occhi aperti è una componente fondamentale dell’esperienza cosciente per la quale la mente può allontanarsi dal momento presente per compiere viaggi mentali nel tempo. Nel passato (vicino o lontano), ma anche nel futuro, immaginando un evento che non è ancora accaduto.

Il concetto del tempo viene concepito dagli esseri umani attraverso la metafora spaziale, gli attribuiamo cioè le caratteristiche proprie dello spazio. Lo definiamo lungo, corto, stretto e, collocandoci su un ipotetico asse illusorio, tendiamo a “posizionare” il passato alle nostre spalle e il tempo futuro di fronte a noi.
Questa organizzazione cognitiva del tempo è, a parte una sola eccezione di cui parleremo dopo, universale sul pianeta ed è sostenuta dall’orientamento del nostro corpo nello spazio e dalla direzione normale del nostro movimento. Poiché infatti normalmente non camminiamo all’indietro, ma verso un punto davanti a noi, anche la nostra progressione nel tempo viene concettualizzata come movimento in avanti.
Se questo è vero, è possibile che il movimento del nostro corpo sia in grado di influenzare le divagazioni temporali della nostra mente? In altre parole è possibile che spostandosi nello spazio, illusoriamente o concretamente, all’ indietro si evochino più facilmente ricordi remoti, mentre spostandosi in avanti sia più facile pensare al futuro?
Lo psicologo Lynden Miles e i suoi colleghi dell’Università di Aberdeen del Social Cognition Lab hanno provato a scoprirlo reclutando 26 studenti e chiedendo loro di partecipare ad un esperimento progettato “per indagare la vigilanza in un ambiente dinamico”. I partecipanti sono stati invitati a sedersi di fronte a un grande schermo in cui veniva visualizzato un modello animato costituito da circa un migliaio di punti bianchi posizionati in modo casuale su uno sfondo nero. Per un gruppo di partecipanti, i punti si spostavano verso il centro dello schermo per simulare il movimento in avanti. Per gli altri, i punti si spostavano in direzione opposta dando l’impressione di movimento all’indietro.
Ai soggetti è stato poi chiesto di monitorare questi display per rilevare target specifici e, una volta individuati, di fare clic sul pulsante del mouse il più velocemente possibile. In verità i target erano rari (appena sei volte ogni 6 minuti) proprio per rendere il compito noioso e facilitare così la divagazione del pensiero.
Successivamente ai partecipanti è stato chiesto se avevano sperimentato pensieri estranei mentre monitoravano il monitor e, nel caso in cui questo fosse accaduto, di segnalare se questi pensieri riguardassero il passato o il futuro.
Sorprendentemente è stato constatato che la direzione del moto illusorio era in grado di modulare la direzione che la mente compie nei suoi viaggi nel tempo: i partecipanti che avevano osservato il display con movimento apparente all’indietro hanno riferito di aver sognato ad occhi aperti principalmente, o unicamente, ricordi del passato, mentre quelli che avevano osservato il display con il movimento apparente in avanti hanno riferito pensieri legati al futuro.
Se il movimento illusorio ha avuto un effetto così potente, è plausibile immaginare che il movimento reale del corpo nello spazio possa avere influenza ancora maggiore.
Tutto ciò suggerisce che la capacità mentale di “navigare immaginativamente nel tempo” è saldamente radicata in rappresentazioni fisiche dello spazio, e che il rapporto tra spazio e tempo mentale è reciproca e bi-direzionale.

Eppure il modo in cui la mente integra i concetti astratti di tempo e di rappresentazioni concrete di spazio può essere influenzata da fattori culturali. Gli Aymara, popolo indigeno del Sudamerica che vive negli altipiani andini della Bolivia, del Perù e del Cile, possiedono un concetto del tempo reverso: localizzano il passato di fronte a loro e il futuro alle loro spalle. Unico caso conosciuto.
La ricerca che lo attesa è apparsa su Cognitive Science qualche anno fa ed è stata condotta dalla professoressa di linguistica alla Berkeley Eve Sweetser e da Rafael Nunez, professore associato di scienze cognitive e direttore del Embodied Cognition Laboratory alla University of California di San Diego.
Il linguaggio degli Aymara era stato scoperto dagli occidentali già dai primi giorni della conquista spagnola. Un gesuita scriveva già nel 1600 che la lingua Aymara era particolarmente pregna di idee astratte e nel diciannovesimo secolo essa fu rinominata “linguaggio di Adamo”.
Più recentemente Umberto Eco ha lodato la sua capacità di produrre neologismi e ci sono stati anche dei tentativi di applicare la cosiddetta “logica andina”- che aggiunge una terza opzione al solito sistema binario di vero/falso e di si/no- alle applicazioni informatiche.
Per effettuare la ricerca Nunez ha raccolto 20 ore di conversazione con 30 adulti Aymara del nord del Cile. Fra i volontari erano compresi monolingua Aymara, monolingua spagnoli, e una buona parte di bilingue, le cui competenze linguistiche sono varie ed includono il creolo spagnolo/Aymara chiamato Andino Castellano. Le interviste, videoregistrate, sono state disegnate appositamente per includere discussioni naturali di eventi del passato e del futuro.
L’ipotesi del concetto reverso del tempo si fonda sia su evidenze linguistiche che gestuali.
La lingua aymara sceglie la parola “nayra” (occhio, fronte, lato) per indicare il passato e la parola “ghipa” (dietro, alle spalle) per indicare il futuro. Per esempio l’espressione “nayra mara” che significa “lo scorso anno” è letteralmente “l’anno di fronte”
Ma l’analisi linguistica non è sufficiente.
Anche in inglese si può usare la parola “ahead” per indicare un punto più vicino nel tempo. Dicendo: “We are at 20 minutes ahead of 1 p.m.” (Siamo 20 minuti davanti all’una) intendiamo “adesso sono le 12.40 p.m”. Basandosi solo su questa evidenza linguistica un linguista marziano potrebbe giustificatamene pensare che gli inglesi, come gli Aymara, pongono il passato di fronte a sé.
Ci sono in inglese (e in italiano) delle espressioni ambigue come “Wednesday’s meeting was moved forward two days.” (L’incontro di mercoledì è stato spostato di due giorni).
Significa che il nuovo incontro cadrà di lunedì o di venerdì? Metà degli inglesi a cui lo chiederete risponderà “lunedì”, e l’altra metà “venerdì”. E questo dipende da dove essi si immaginano nel moto relativo attraverso il tempo o se immaginano che sia il tempo stesso a muoversi. Entrambe queste idee sono perfettamente accettabili in inglese e in italiano e anche grammaticalmente corrette, come è illustrato dalle frasi “stiamo andando verso la fine dell’anno” contro “la fine dell’anno sta arrivando”.
E’ quindi soprattutto l’analisi della gestualità che conferma che gli Aymara hanno un concetto reverso del tempo: essi indicano lo spazio dietro di loro quando parlano del futuro, puntando il pollice o portando la mano dietro le loro spalle, e indicano lo spazio di fronte a loro quando parlano del passato, estendendo mani e braccia vicini al corpo per il presente e il passato recente, e facendo un’estensione in avanti molto maggiore per il passato remoto.
In altre parole essi usano gesti identici a quelli che ci sono familiari, ma esattamente nel senso opposto.
Perché questo accada non è chiaro. Una possibilità, secondo gli autori dello studio, potrebbe risiedere nel fatto che gli Aymara danno un grosso significato al fatto che un evento o un’ azione sia stata vista o no dal parlante. Una semplice affermazione come “Nel 1942 Colombo attraversò l’oceano” non è possibile in Aymara, la frase dovrebbe necessariamente specificare se il parlante abbia personalmente assistito a questo evento o se riporti qualcosa di detto da altri.
In una cultura che privilegia la distinzione fra visto/non visto e conosciuto/non conosciuto acquisisce forse un senso il posto del passato di fronte al soggetto, nel campo del visto, e lo sconosciuto e l’inconoscibile futuro dietro alle spalle.
Sebbene questa possa essere una spiegazione, e in linea con l’osservazione che spesso gli Aymara si rifiutano di parlare del futuro perché ritengono che su di esso si possa dire niente o molto poco di utile, non appare comunque sufficiente.
Ad ogni modo questa maniera di pensare al tempo sta scomparendo. I soggetti più giovani, che sono fluenti anche in spagnolo tendono a gesticolare in maniera “normale”, come se avessero riorientato il loro modo di pensare.
Non è lontano il giorno in cui, come il resto del globo, anche gli Aymara volteranno le spalle al loro passato e guarderanno avanti verso il futuro.
Peccato.

Paper | Miles, L. K., et al (2010). The Meandering Mind: Vection and Mental Time Travel via Neurophilosophy

Fonte | UCDS News (via MindHacks)



Con gli occhiali da sole addosso, siamo più disonesti ed egoisti (!)

E’ noto a tutti che negli ambienti bui aumenta la frequenza delle aggressioni e degli atti criminali, ma anche la probabilità della messa in atto di comportamenti moralmente trasgressivi. Questo effetto disinibente (si pensi per esempio alle dark room delle discoteche) è stato attribuito al fatto che l’oscurità produce invisibilità e anonimato e rende pertanto, semplicemente, meno identificabile (perseguibile/condannabile) colui che compie l’azione.

Eppure, secondo alcuni ricercatori della University of Toronto, in alcuni casi l’oscurità è disinibente anche se non realizza condizioni di reale anonimato: è sufficiente un ambiente percepito come più buio perché il soggetto si illuda di essere nascosto alla vista altrui e si lasci andare a comportamenti egoistici o poco etici.

Immaginate una persona da sola in una stanza chiusa che stia decidendo se mentire a un perfetto sconosciuto in una e-mail. In una situazione come questa l’illuminazione della stanza non dovrebbe avere alcun effetto sulla scelta comportamentale, non avendo alcun effetto sul reale livello di anonimato del soggetto.  Eppure i ricercatori dimostrano, attraverso alcuni esperimenti, che in una stanza meno illuminata le persone tendono a mentire con maggiore probabilità, così come risultano maggiormente disoneste se indossano occhiali scuri!

Gli autori suggeriscono che il meccanismo psicologico alla base di questo fenomeno risiede nel nostro egocentrismo percettivo. Pensate per un attimo a quel che succede ai bambini piccoli quando ritengono di essere nascosti se si coprono gli occhi con le mani. Essi attribuiscono agli altri la propria esperienza percettiva (il buio dietro le palpebre chiuse)  e si aspettano quindi che anch’essi non siano più in grado di vedere nulla.
Secondo gli autori, negli adulti non verrebbe mai completamente persa questa forma di egocentrismo percettivo e pertanto anche gli adulti , indossando occhiali scuri o trovandosi in una stanza scura, si ancorerebbero alla propria esperienza percettiva e la generalizzerebbero simbolicamente al resto del mondo: vedere meno intorno a sè, produrrebbe  quindi una illusione del proprio  occultamento agli occhi degli altri e condurrebbe  alla maggiore disonestà o all’egoismo comportamentale.
Gli autori intitolano l’articolo “Buone lampadine sono la migliore polizia”.
Più luce dunque! Ovunque!

Paper | Chen-Bo Zhong, Vanessa K. Bohns and Francesca Gino,  Good Lamps Are the Best Police: Darkness Increases Dishonesty and Self-Interested Behavior Psychological Science 2010 21: 311



Sogno o son desto? Fenomenologia del sognare

I sogni sono una sfida eccezionale per la psicologia e le neuroscienze, perchè, sebbene siano un fenomeno mentale costante nella vita delle persone, sono impossibili da manipolare sperimentalmente (ad eccezione di esposizioni a stimoli prima e durante il sonno) e le loro caratteristiche possono essere soltanto riferite dal sognatore, ma mai osservate direttamente.
E’ talmente difficile predire i contenuti di specifici sogni che la ricerca contemporanea tenta, oggi, di indagare non tanto il contenuto, ma il processo stesso del sognare. Ciò non di meno, molti anni di studi ne hanno tracciato una  fenomenologia attendibile e per averne un quadro  è utile partire da alcune somiglianze e  differenze tra la coscienza di veglia e la coscienza del sogno.

Forse la somiglianza più notevole fra i due stati riguarda le modalità percettive: i sogni sono altamente visivi, a colori, ricchi di forme, pieni di movimento e incorporano le categorie oggettuali tipiche della veglia come persone, facce, luoghi, oggetti e animali. I sogni contengono anche suoni (tra cui parole e conversazioni) e, più raramente, percezioni tattili, odori e sapori, così come il piacere e il dolore. C’è una tale somiglianza tra mondo interiore del sogno e mondo della veglia che il sognatore può essere addirittura incerto sul fatto di essere sveglio o addormentato. Le esperienze coscienti dei sogni hanno pertanto un evidente carattere sensoriale e non sono meri pensieri o astrazioni.
Queste somiglianze fenomenologiche si riflettono in similitudini neurofisiologiche: almeno superficialmente l’EEG (elettroencefalogramma) è simile nella veglia e nel sonno REM, e  la tomografia ad emissione di positroni (PET), ha dimostrato che il metabolismo cerebrale globale è comparabile tra la veglia e il sonno REM. Altri studi hanno anche evidenziato una forte attivazione della corteccia visiva occipito-temporale durante il sonno REM, coerente con le suggestive immagini visive presenti durante i sogni.
Studi su pazienti con lesioni cerebrali hanno dimostrato che danni a precise abilità cognitive della veglia producono deficit corrispondenti nei sogni: per esempio, soggetti con alterata percezione dei volti, non sognano volti quando dormono.

Ma i legami o le somiglianze con l’esperienza cosciente della veglia non si limitano alla percezione. I sogni riflettono anche gli interessi e la personalità del sognatore, così come sono correlati all’umore, alla sua fantasia, alle sue preoccupazioni predominanti.  Ansie personali sperimentate durante la veglia, come essere impropriamente vestiti, perdersi, o essere in ritardo per un esame, possono apparire nei sogni che hanno a che vedere con le interazioni sociali. Strutture e contenuti dei sogni possono essere stabili nel corso della vita del sognatore e specifici della sua cultura di appartenenza.

Nonostante queste analogie, ciò che rende così affascinante la coscienza durante il sogno è il modo con cui essa si differenzia dalla veglia. Per prima cosa durante i sogni c’è un ridotto controllo volontario e una ridotta volizione.
Generalmente ci si sorprende al risveglio da un sogno ( ‘era solo un sogno’) e si può restare a lungo un po’ scettici su quanto si è sognato; nessuno decide consapevolmente di iniziare a sognare e non si possiede alcun controllo sul l’evolversi delle trame narrative, tanto che risulta del tutto impossibile perseguire obbiettivi nei sogni.

Un’altra fondamentale differenza con la veglia è la ridotta auto-riflessività, cioè la capacità di meta-pensare su sé stessi. Durante il sogno non solo non si è a conoscenza di dove ci si trovi effettivamente (a letto) e di ciò che si sta veramente facendo (dormire e sognare), ma si accettano come plausibili eventi, oggetti e storie che nella veglia, con autoriflessività e senso critico, giudicheremmo come deliranti. Il sognatore invece accetta facilmente oggetti impossibili,  incoerenti cambi di scenario, trasformazioni repentine, pensieri contraddittori e spesso vi è incertezza sullo spazio, il tempo e l’ identità personale: ad esempio, un personaggio potrebbe avere il nome, abiti e acconciatura di un amico di sesso maschile, ma avere il volto della madre del sognatore. Tuttavia in alcuni sogni  alcuni conservano processi di pensiero riflessivo come la perplessità rispetto a  manifestazioni impossibili, la contemplazione di alternative nelle decisioni da prendere, la riflessione durante le interazioni sociali  e qualche residuo di ‘teoria della mente’, a dimostrazione che i sogni individuali possono differire gli uni dagli altri in modo sostanziale.

Altre caratteristiche tipiche dei sogni sono la particolare emotività e le alterazioni mnestiche. Rispetto all’emotività è stato dimostrato che alcuni sogni sono caratterizzati da un elevato grado di coinvolgimento emotivo, che comprende anche gioia, sorpresa, rabbia, paura e ansia. È interessante notare come la tristezza, il senso di colpa e la depressione siano rare, forse a causa della ridotta auto-riflessività. Alcuni sostengono che la paura e l’ansia siano addirittura esaltate nei sogni, in linea con il suggerimento di Freud secondo il quale i sogni trarrebbero origine da minacce o conflitti percepiti. Effettivamente il sonno REM è associato ad una marcata attivazione di strutture limbiche e paralimbiche tuttavia, in moltissimi sogni, le emozioni risultano deboli e, in circa il 25-30%, del tutto assenti,  anche in situazioni in cui sarebbero state probabilmente presenti in condizioni di veglia. Questo dato conferma ulteriormente la variabilità intra e inter-individuale nella fenomenologia dei sogni.

Anche la memoria presenta alterazioni specifiche, sia quella per i sogni che quella durante i sogni.  Rispetto alla prima, come è noto, a meno che il sognatore non si svegli, la maggiorparte dei sogni è persa per sempre. In  caso di risveglio, invece, la memoria per il sogno svanisce comunque, a meno che non intervenga un processo cognitivo attivo di memorizzazione, quale la ripetizione ad alta voce o la scrittura e non è chiaro perché questo avvenga.
Le diverse teorie contemporanee sul sognare offrono spiegazioni differenti al fenomeno: secondo i modelli psicodinamici, l’amnesia del sogno sarebbe dovuta a processi di repressione attivi; secondo altri modelli più fisiologici, l’amnesia del sogno sarebbe dovuta all’inattività di sistemi neurali che ne consentirebbero la memorizzazione e, secondo altri modelli ancora,  come quello neurocognitivo, i sogni verrebbero dimenticati semplicemente perché non agganciati mnesticamente a stimoli esterni, come  tempi e luoghi.

Per quanto riguarda invece le alterazioni della memoria dentro i sogni, si osserva soprattutto la riduzione della memoria episodica. Ad esempio, se qualcuno gioca intensamente a tetris  e poi sogna di giocare a tetris, non conserva, nel sogno, la memoria di aver già giocato a tetris durante il giorno. Va peraltro ricordato come “residui” di veglia siano inglobati in oltre il 50% dei sogni, ma l’inglobamento avviene in contesti talmente nuovi ed estranei, che solo nell’ 1,5% dei sogni si trovano veri e propri ricordi consapevoli di episodi della vita recente .
Ciò non di meno, la presenza di materiale residuo della veglia è stata interpretata da alcuni come la prova che il sogno ha un ruolo attivo nel dimenticare, per altri la rete di associazioni memorizzate in memoria verrebbe resa più flessibile nel sogno per favorire la creatività, il pensiero divergente e la risoluzione dei problemi.

La carrellata delle differenze tra sogno e veglia non sarebbe completa se non considerassimo la differenza più evidente: la disconnessione profonda del sognatore dal suo ambiente. Per definizione una persona che dorme non mostra risposte significative agli stimoli esterni, a meno che non siano abbastanza forti da provocare un risveglio. Gli stimoli esterni non solo non riescono ad ottenere una risposta comportamentale, ma neppure ad essere incorporati nel contenuto del sogno (anche se alcuni stimoli, come ad esempio uno spruzzo d’acqua, una pressione sugli arti e parole significative hanno una certa possibilità di integrazione). Questa sorprendente disconnessione si verifica anche quando i soggetti dormono con gli occhi aperti e vengono posti, di fronte a loro, oggetti illuminati.

Fonte e approfondimento | Dreaming and the brain: from phenomenology to neurophysiology doi:10.1016/j.tics.2009.12.001

 



Al cinema, se il film vi interessa, vi siederete spontaneamente a destra

lateralitàE’ questa l’ipotesi presentata in un curioso studio del giapponese Matia Okubo pubblicato su Applied Cognitive Psychology, secondo il quale i destrimani mostrerebbero una preferenza per i posti a sedere localizzati sul lato destro della sala cinematografica, ma solo se sono positivamente motivati a vedere il film. Tale preferenza non sarebbe riscontrabile, neppure di segno opposto, nei mancini e negli ambidestri e scomparirebbe anche nei destrimani nel caso di sopravvenuta demotivazione alla visione.
Sono stati condotti due esperimenti che hanno coinvolto 200 studenti. Nel primo esperimento è stato consegnato ai partecipanti un breve test che valuta la manulateralità e poi è stato chiesto di scegliere il posto a sedere per la visione di un certo film. La scelta del posto andava effettuata su una mappa i cui posti centrali erano stati anneriti e dichiarati occupati.
A tutti era stato detto che il film era raccomandato da altri studenti e dalla critica, ma ad un sottogruppo di partecipanti è stato riferito anche che la storia era triste e deprimente e che, in realtà, avrebbero fatto meglio a evitarselo.
Questa seconda istruzione era concepita per demotivare questo sottogruppo alla visione.
I risultati hanno evidenziato che fra gli studenti che avevano ascoltato soltanto la raccomandazione entusiasta, i destrimani era molto più propensi a scegliere posti al lato destro dello schermo (74%), mentre i mancini e gli ambidestri non mostravano preferenze particolari per nessun lato della sala.
Fra i partecipanti “demotivati”, nessuno mostrava una preferenza per i posti di destra o di sinistra indipendentemente dalla loro manulateralità.
Ma come si possono spiegare queste evidenze?
E’ necessario fare un passo indietro e spiegare brevemente questa storia della manulateralità. E’ noto infatti che, benché gli esseri umani abbiano corpi bilateralmente simmetrici, il 90% circa di essi esibisce una forte preferenza per la mano destra quando deve svolgere attività manuali come scrivere, lanciare una palla o battere un martello. Sono questi i cosiddetti destrimani, opposti ai mancini (che hanno invece una predilezione per la mano sinistra) e agli ambidestri (che non mostrano particolari preferenze). Dal momento che l’attività motoria di un lato del corpo è controllata dall’emisfero cerebrale ipsilaterale, devono esserci fra gli emisferi delle differenze strutturali e funzionali che rendono ragione della manulateralità.
Quello che è meno noto è l’ipotesi che queste differenze fra emisferi siano rintracciabili anche in altri processi sensoriali come l’udito, la vista, il tatto e che possano tradursi in comportamenti osservabili.
C’è ad esempio qualche dato di letteratura che suggerisce un certo vantaggio dell’orecchio destro nella percezione del discorso che rifletterebbe la dominanza dell’emisfero sinistro per il linguaggio (Hugdahl, 2003). Altri (Nicholls, Clode,Wood, Wood’s (1999) hanno ipotizzato l’esistenza di un vantaggio dell’emisfero destro nel processamento delle proprie ed altrui emozioni, tale per cui le persone tendono, per esempio, a presentare il lato sinistro del loro volto (emisfero destro) quando gli viene chiesto di posare, nella maniera più emotiva possibile, per una foto di famiglia, mentre tendono a presentare il lato destro del volto (emisfero sinistro) quando gli viene chiesto di assumere un espressione neutra nella posa di un serioso scienziato.
E’ stato inoltre più volte dimostrato che, rispetto all’emisfero sinistro, l’emisfero destro è molto più abile a processare le informazioni visive così come le informazioni emotive.
Ora, è chiaro che un film è un’esperienza squisitamente visiva ed emotiva assieme, e l’ipotesi di Okubo è proprio che i destrimani, la cui lateralità emisferica è più pronunciata, si posizionino preferibilmente alla destra di uno schermo di proiezione affinchè l’imput film venga processato maggiormente nel campo visivo sinistro e quindi dall’emisfero destro.
In poche parole ottimizzerebbero la loro lateralità cerebrale.
In caso di intervenuta demotivazione, semplificando al massimo, è come se il cervello inconsapevolmente smettesse di preoccuparsi di funzionare al suo massimo e… si accontentasse di un posto qualunque.
Mancini e ambidestri, invece, non mostrerebbero preferenze rilevabili a causa della distribuzione più bilanciata di funzioni fra i loro emisferi.
Probabilmente, conclude Okubo, esistono molte altre impercettibili asimmetrie comportamentali dovute alla lateralità emisferica che non sono state ancora scoperte.

Abstract| Right movies on the right seat: Laterality and seat choice

Detecting hemifacial asymmetries in emotional expression with three-dimensional computerized image analysis.



A che serve fare i ghirigori su un foglio mentre si sta facendo altro?

ghirigoroVi è mai capitato di ritrovarvi a scarabocchiare con disattenzione ghirigori, parole, disegnini astratti, forme geometriche su un foglio di carta, l’angolo di una rubrica del telefono, il margine di un giornale mentre state facendo un’altra cosa?
Se vi è successo sappiate che è un comportamento molto comune che tende a verificarsi preferibilmente quando ci si annoia e che sembra precedere, o più spesso accompagnare, il divagare della mente lontano dalla situazione corrente, il cosiddetto “sognare ad occhi aperti”.
Non è noto però se questo scarabocchiare ghirigori danneggi ulteriormente la performance del compito noioso che si sta effettuando in quel momento  sottraendo risorse cognitive o se migliori la medesima performance (per esempio ascoltare un interlocutore al telefono) aumentando la concentrazione o l’attivazione generale dell’organismo come una specie di “antidoto” alla noia.
Ha provato a indagarlo Jackie Andrade della School of Psychology dell’Università di Plymouth, in Inghilterra che ha pubblicato recentemente i suoi risultati  su Applied Cognitive Psychology.
Lo studio ha coinvolto 40 soggetti che dovevano ascoltare un messaggio telefonico finto e monotono di due minuti e mezzo che raccontava di una serie di persone che venivano invitate a una festa. Il compito prevedeva che i soggetti non memorizzassero il messaggio, ma scrivessero semplicemente su un blocco-note i nomi degli invitati man mano che venivano ascoltati. Metà dei soggetti avevano  in più  delle forme geometriche stampate sul foglio-risposte da “ombreggiare” durante l’ascolto della telefonata.
La scelta della telefonata noiosa coma compito principale è stata fatta per minimizzare la competizione di risorse cognitive senso-specifiche, mentre il compito di ombreggiamento è stato preferito ad altri per ricreare, per la sua relativa facilità, le condizioni di calma distrazione tipiche del ghirigoro spontaneo e per evitare che i soggetti, posti di fronte al compito dello scarabocchio naturale,  fossero consapevolizzati rispetto ai loro disegni o, peggio ancora, sospettassero che il contenuto dei loro ghirigori fosse il focus reale dello studio.
I risultati hanno dimostrato che i soggetti appartenenti al “gruppo dei ghirigori” riusciva non solo a scrivere un numero maggiore di nominativi corretti (in realtà solo 7,8 nomi contro 7,1 dell’altro gruppo), ma era soprattutto in grado di ricordare il 29% in più di altre informazioni presenti nel messaggio, (luoghi e altri dettagli), richieste a sorpresa alla fine dell’esperimento.
Pare pertanto che fare scarabocchi su un pezzo di carta aiuti le persone a restare concentrate sul compito noioso, ma come?
Una possibilità è che lo scarabocchiare stabilizzi l’attivazione generale dell’organismo a un livello ottimale, tenendo sostanzialmente la persona sveglia o riducendo gli alti livelli di arousal del sistema nervoso autonomo spesso associati con la noia.
Un’ipotesi più specifica, e per la quale l’autrice propende, è che il ghirigoro aiuti la concentrazione riducendo il sognare ad occhi aperti in situazioni in cui la divagazione mentale sarebbe più dannosa per il compito principale dei ghirigori stessi. Scribacchiare qui e là sarebbe quindi un antidoto che la nostra mente utilizza per evitare di partire con facilità per le terre lontane dell’immaginazione.
Personalmente riempio di ghirigori un paio di fogli A4 al giorno, quindi devo desumere che la mia tendenza a divagare abbia assunto proporzioni preoccupanti…

 Abstract | What does doodling do?