Mente & Corpo


In questa sezione vengono riportate le notizie scientifiche più aggiornate sui temi di base della ricerca in psicologia: cognizione, percezione, memoria, attenzione, linguaggio. Vengono fornite risposte alle domande più intriganti: Come ragioniamo? Come si mantengono o si perdono i ricordi? Davvero il mondo è come lo percepiscono i nostri occhi? Si può guardare senza vedere?

L’uomo senza memoria e il collezionista (italiano) di cervelli, su internet

H.M. ha vissuto gli ultimi anni della sua incredibile esistenza in una casa di cura, del tutto inconsapevole della sua fama e dello straordinario contributo che ha fornito alle neuroscienze. E’ morto il 2 dicembre 2008 all’età di 82 anni. A poche ore dalla sua morte il suo cervello è stato rimosso e messo nelle mani di Jacopo Annese, uno scienziato italiano che ha sviluppato e dirige il Brain Observatory, una sorta di “cervello-teca” in cui conserva, disseziona, colora e studia cervelli umani sani o afflitti da qualche particolare patologia.
Il cervello di H.M. è senza dubbio il cervello più famoso della sua collezione e il suo studio post-mortem sta giustamente attirando l’interesse di moltissimi neuro-appassionati.

H.M. è l’acronimo di Henry Gustav Molaison, un uomo la cui sfortunata esistenza ha consentito alla scienza di rispondere a diversi quesiti sul funzionamento della mente umana e della memoria in particolare. All’età di 9 anni Molaison cadde dalla bicicletta riportando un trauma cranico con incoscienza sviluppando una forma di epilessia grave, non trattabile con i farmaci. In realtà H.M. aveva una familiarità per l’epilessia, ne erano affetti tre cugini di primo grado da parte di padre. Nel 1953, all’età di 27 anni, H.M. fu sottoposto a un intervento chirurgico nel quale gli furono recise alcune strutture del lobo temporale mediale. L’esito di questo intervento fu effettivamente una marcata riduzione del sintomo epilettico, ridottosi a un paio di episodi maggiori all’anno, ma accanto a questo egli sviluppò una severa amnesia anterograda che non l’ha più abbandonato per il resto dei suoi giorni.
Amnesia anterograda significa che H.M. era in grado di ricordare alcune cose apprese prima dell’intervento, ma non era più in grado di memorizzare a lungo termine nuove informazioni, congelando di fatto la sua vita a quei primi 27 anni e vivendo ogni successivo giorno come se fosse nuovo.
Il neurochirurgo che l’aveva operato ne parlò per la prima volta nel 1957 in un articolo pubblicato sul Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry: ‘Loss of recent memory after bilateral hippocampal lesions’
Da allora più di 100 neuroscienziati si sono occupati di H.M., sono stati scritti centinaia di articoli scientifici, ed H.M. è stato sottoposto, nella sua lunga vita, a ogni sorta di test, esame e valutazione neuropsicologica.
La prima domanda a cui i ricercatori cercarono di dare risposta riguardava la globalità della sua amnesia rispetto al tipo di test mestico utilizzato (recupero libero, recupero con indizio, riconoscimento si/no, riconoscimento per scelta multipla, apprendimento per criterio), rispetto al tipo di materiale stimolo (parole, numeri, paragrafi, pseudoparole, facce, forme, toni, suoni, eventi pubblici, eventi personali) e rispetto alle modalità sensoriali con cui le informazioni erano presentate (visive, uditive, somatosensoriali, olfattive). La risposta a questa domanda, basata su esperimenti condotti per decenni, fu che il danno di memoria di H.M. era pervasivo.
H.M. non riusciva più ad acquisire e memorizzare né conoscenze episodiche (ricordi di eventi specifici) né conoscenze semantiche (ricordi generali sul mondo, incluso il significato di nuove parole).
Questo fece comprendere che le strutture del lobo temporale mediale, che erano state rimosse in H.M., erano cruciali per la memoria dichiarativa a lungo termine. La constatazione che la memoria a breve termine di H.M. era, al contrario, intatta, fornì alla neurologia una prova che i due tipi di memoria potevano essere separati e processati da strutture cerebrali diverse.
Ma la memoria dichiarativa non è l’unica tipologia di memoria che possediamo. Una volta fu chiesto ad H.M. di disegnare una linea fra due linee adiacenti di una figura a stella, ma egli poteva vedere solo la sua mano, la matita e la stella riflesse in uno specchio (con destra e sinistra scambiate). In sedute successive dello stesso compito fu evidenziato un chiaro apprendimento nella competenza di tracciare la linea, benché egli non ricordasse mai di aver già svolto quel compito in precedenza e non vivesse alcun senso di familiarità con lo stesso. Esisteva dunque un apprendimento non dichiarativo e l’acquisizione e la ritenzione di competenze visuomotorie erano presumibilmente legate a substrati neurali ulteriori rispetto alla regione del lobo temporale mediale.
Un altro tipo di apprendimento che apparve preservato in H.M, e quindi presumibilmente indipendente dal sistema della memoria del lobo temporale mediale, fu quello della memoria topografica. H.M. fu capace di disegnare un’ accurata mappa della casa in cui era andato ad abitare dopo essere diventato amnesico, sebbene non potesse ricordare dichiarativamente di essere andato a viverci. Probabilmente il suo cervello aveva costruito una mappa cognitiva del layout spaziale della sua casa come risultato dei suoi spostamenti locomotori da una stanza all’altra, codificando la localizzazione di ogni stanza in relazione alle altre. Eppure in laboratorio non riuscì mai ad acquisire la corretta sequenza di stimoli visivi e tattili , probabilmente perché in quel contesto non aveva l’opportunità di ripetere i percorsi abbastanza a lungo come poteva fare nella sua casa.

In uno dei mille esperimenti a cui H.M. fu sottoposto, la sua performance stupì i ricercatori. Posto di fronte ad alcune immagini di giornale, dopo averle studiate per 20 secondi, le ricordò 10 minuti, 24 ore, 72 ore, una settimana e sei mesi dopo. Le ricordò nel senso che fu capace di affermare di averle già viste, anche se non poteva ricordare dove e quando.
La spiegazione che fu fornita del suo successo in questo tipo compito fu che egli si basava su un giudizio di familiarità, piuttosto che su un ricordo cosciente. Recentemente gli studiosi hanno argomentato che il riconoscimento cosciente di episodi appresi dipende dall’ippocampo, mentre i giudizi di familiarità senza contenuto episodico dipendono dalla corteccia peririnale che in H.M. residuava nella parte ventrale.

Nella vita quotidiana, H.M. mostrava occasionalmente qualche abilità mnestica. Aveva intanto ricordi della sua infanzia, di vacanze con i suoi genitori e informazioni su un certo numero di parenti, ma queste memorie sembravano essere semanticizzate.
Per esempio quando Suzanne Corkin, la neuroscienziata del MIT che per decenni ha seguito il caso, gli chiese: “Qual è il ricordo più bello che hai di tua madre?”, egli rispose “Bene, che lei è proprio mia madre”. “Ma puoi ricordare qualche evento particolare come una vacanza, Natale, compleanno, Pasqua?” “Ho qualche considerazione rispetto al Natale, il mio papà era del sud e non celebravano come qui nel nord. Non avevano l’albero e cose del genere. Lui venne al nord anche se era nato giù in Louisiana. So il nome della città in cui era nato.“
In altre parole H.M. non era in grado di narrare una memoria episodica di sua madre o di suo padre nè di alcun evento che fosse occorso in un tempo e in uno spazio specifici.

Al di là della peculiarissima condizione clinica, H.M. aveva opinioni, desideri e valori. Era altruista e il suo comportamento sociale era appropriato e gentile. Aveva standard morali, il senso del giusto e dello sbagliato e una coscienza. Per esempio quando spiegava perchè non potesse realizzare il suo sogno di essere un neurochirurgo, citava il fatto che indossava gli occhiali e dunque il sangue avrebbe potuto sporcarli e impedirgli di agire correttamente durante gli interventi.
Aveva inoltre un buon insight sui suoi problemi di memoria. Quando la Corkin gli chiese “Cosa fai per tentare di ricordare?” rispose ridendo “ Non lo so perché non mi ricordo cosa tento di fare”. Aveva qualche cognizione della sua apparenza fisica, descriveva se stesso come “magro, ma pesante”, ma non conosceva la sua età o se avesse i capelli grigi. In un’ occasione gli fu mostrata una vecchia fotografia di lui e sua madre, ed egli replicò che l’uomo assomigliava a suo padre, ma non poteva essere lui, perché suo padre non portava occhiali.
Non ricordando i decenni trascorsi dopo il 1953, guardandosi nello specchio un giorno la Corkin gli chiese “cosa pensi del tuo aspetto?”. Non sembrò particolarmente agitato quando rispose: “Non sono un ragazzo”.
Probabilmente, pur non riconoscendosi, è possibile che H.M. avesse un senso di familiarità con il suo volto, risultato della ripetuta esposizione quotidiana alla sua faccia e merito di alcune aree intatte del suo cervello che supportano la discriminazione di familiarità.

Come dicevamo H.M. è morto nel dicembre del 2008 e il suo cervello è nelle mani del dott. Jacopo Annese il quale così riferisce al Corriere.it il suo progetto: “Creeremo una collezione di sezioni istologiche giganti spesse circa 60 micrometri. Diverse serie di questi 2000-2500 vetrini saranno poi colorate usando tecniche complementari per rilevare vari elementi del tessuto. Il materiale sarà scannerizzato con un microscopio controllato da un computer costruito per acquisire migliaia di immagini ad alto ingrandimento e cuciremo un montage che rappresenti l’intera superficie della sezione. Con questa tecnica di scansione e le immagini delle risonanze come guida per la ricostruzione in 3D, creeremo un atlante completo del cervello di H.M navigabile tramite software, molto simile a GoogleEarth per intendersi. I metodi che intendiamo usare, ma anche i dati e le immagini che via via acquisiremo, verranno pubblicati durante le fasi del lavoro sul sito del progetto, in un blog aperto a commenti, suggerimenti e critiche su cosa stiamo facendo e come”

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Il sito di cui parla Annese è raggiungibile a questo indirizzo: The Brain Observatory
Fra i materiali disponibili segnalo la puntata, interessantissima, di Quark dedicata al progetto.

Fonti | H.M. recollected
What’s new with the amnesic patient H.M.?



Dipendenza dal cibo spazzatura

di Francesca Crovasce.

Avete mai visto “Supersize me”? E’ un film interessante che illustra piuttosto bene come mangiare chili e chili di hamburger non solo sia dannoso per la salute, ma sviluppi una sorta di autorinforzo che spinge a mangiarne ancora di più, generando una vera e propria forma di dipendenza.
Purtroppo non sono pochi coloro che mangiano cibi poco salutari in maniera compulsiva. Diversi studi hanno dimostrato che il cibo è il più potente stimolo emozionale nella nostra vita e che spesso si prediligono alimenti molto dolci e molto calorici, anche perchè associati a esperienze infantili: una sorta di condizionamento precoce che persiste in età adulta. E’ però innegabile che questo tipo di cibo rappresenti un danno per la nostra salute, tanto da essere definito comunemente “cibo spazzatura”.
La gran parte della ricerca scientifica si è soffermata, fino a pochi anni fa, su cosa succede nel nostro corpo se si mangiano certi tipi di cibo e in elevate quantità, di recente invece vari ricercatori stanno cercando di capire cosa accade nel nostro cervello e perchè  l’assunzione di  cibi ad alto consumo di grassi, sale e zucchero aumenti il desiderio di consumarne continuamente e sempre di più.
David Kessler, ex commissario della Food and Drug Administration e autore del libro “The End of Overeating: Taking Control of the Insatiable American Appetite“, uscito negli Stati Uniti la scorsa estate, ha condotto un’indagine durata sette anni per capire, con scienziati, medici e addetti dell’industria alimentare, il segreto dell’irresistibilità di certi cibi spazzatura. Le conclusioni a cui è giunto riguardano: a) la sapiente combinazione di ingredienti  (grassi, zucchero e sale) che le industrie alimentari utilizzerebbero per confezionare i loro prodotti; b) la sofisticata esperienza sensoriale che certi cibi consentono e promuovono.
La somma di questi due aspetti sarebbe in grado di alterare concretamente la chimica del cervello umano, intrappolandoci in un circolo vizioso di autogratificazione che si nutre di sè stessa.
Kessler cita per esempio il caso delle barrette di cioccolato Snickers, che “quando le si mastica, lo zucchero si scioglie, il grasso si fonde, il caramello avvolge le noccioline così che la confluenza di più aromi porti il palato a provare un’esperienza quasi estatica”.
Appresa tale esperienza, il cervello umano è stimolato a produrre dopamina anche al solo pensiero del cibo. Dopo mangiato, il cervello rilascia oppioidi che provocano un senso di gratificazione e benessere e questo avviene a prescindere dall’effettiva necessità di cibo della persona. Dopamina e oppioidi svolgono un ruolo importante anche nella dipendenza da alcol e droga, pertanto, entro certi limiti, non è un errore affermare: “Sono dipendente dal cioccolato“. La chiave per fermare il circolo vizioso sarebbe modificare la risposta del cervello al cibo, compito assai arduo in una società dove il cibo insano è molto economico e facilmente disponibile e dove viene rappresentato, per interessi commerciali, come fonte di gioia e felicità. Kessler stima però che circa il 15% della popolazione non subisca questo “ricatto biochimico” e reputa necessarie ulteriori ricerche per comprendere cosa rende “immuni” queste fortunate persone.

Uno studio che avvalora le ricerche del Dr. Kessler e che mostra come il cervello risponda a certi alimenti nello stesso modo in cui risponde all’eroina, è quello condotto presso lo Scripps Research Institute di Jupiter in Florida (Usa), dal Dr. Paul Kenny e il Dr. Paul Johnson.
Sottoponendo dei topi  ad una serie di test, i due ricercatori hanno dimostrato come i topi a cui viene data la possibilità di alimentarsi con cibo spazzatura senza limiti, dopo un pò iniziano ad abbuffarsi senza controllo e dopo solo cinque giorni si assuefanno rapidamente al cibo mostrando una profonda riduzione nella sensibilità dei loro centri cerebrali del piacere. Come risultato, fanno notare i ricercatori, i topi mangiano più cibo per ottenere la stessa quantità di piacere: proprio come i tossicodipendenti da eroina richiedono sempre più droga per sentirsi bene, i topi hanno bisogno di più cibo spazzatura per sentirsi meglio e, una volta deprivati di questo tipo di cibo, ormai obesi, iniziano a rifiutare di mangiare per almeno due settimane.
Un altro studio, condotto dal Dott. Joe McClernon, professore associato presso il Dipartimento di psichiatria e scienze comportamentali alla Duke University Medical Center e direttore dell’ Health Behavior Neuroscience Research Program, ha dimostrato come, per molte persone obese, il cibo spazzatura determini la stessa risposta cerebrale che si innesca nelle persone dipendenti da nicotina:  un’attivazione in una regione del cervello chiamata “striatum”, la stessa che si attiva quando i fumatori vedono foto di altri fumatori.



Ops! Te l’ho già raccontato? La memoria di destinazione

Sarà capitato a tutti di cominciare a raccontare qualcosa a qualcuno, per poi fermarsi all’improvviso dopo essersi ricordati di averglielo già detto o addirittura dopo che quel qualcuno vi fa notare che…gliel’avete già raccontato.
Qualche volta può persino succedere che si tenti di raccontare lo stesso episodio alla stessa persona per più di due volte e alcuni sono talmente abituati a questo tipo di errore della loro memoria che sono soliti far precedere i propri discorsi dall’espressione “Se te l’ho già detto, fermami!”
Ricordarsi con chi abbiamo condiviso un’informazione è un processo cognitivo denominato memoria di destinazione ed è importante almeno quanto la memoria della fonte, ossia il ricordo di chi ha detto qualche cosa a noi.
La semplice conversazione con un amico si realizza assumendo che entrambi ricordino le informazioni che si sono scambiati nell’interazione precedente,  per evitare di ripetersi e soprattutto per proseguire il discorso in maniera congruente con le informazioni già condivise.  Per un capoufficio che debba impartire delle istruzioni o delegare alcune responsabilità è fondamentale che ricordi esattamente a quale dei suoi sottoposti ha detto cosa; per un bugiardo patologico è vitale ricordare a chi ha rifilato la balla più grossa.  
La memoria di destinazione, come la memoria della fonte, fa parte della memoria episodica  autobiografica (Tulving, 1983), episodica perchè è perfettamente ricordabile il contesto spazio-temporale in cui è avvenuta la memorizzazione, autobiografica perché è ricordata la partecipazione di sé stessi nell’episodio mnestico: in poche parole devo ricordare che “io, due giorni fa, a casa di mia nonna, ho detto a mio cugino che….”.
Pare però che, a differenza della memoria della fonte, la memoria di destinazione sia maggiormente soggetta a errori.
Gopie e colleghi del Rotman Research Institute di Toronto, hanno  pubblicato recentemente su Psychological Science un articolo in cui dimostrano effettivamente questa vulnerabilità della memoria di destinazione e propongono la loro ipotesi esplicativa per dar conto del fenomeno.
Secondo i ricercatori, in un episodio in cui è coinvolta la memoria di destinazione, essendo noi gli emittenti dell’informazione e non i riceventi, consumeremmo più risorse cognitive rispetto a un compito di semplice ascolto. Tale consumo sarebbe utilizzato per l’auto-focus attentivo a scapito della nostra capacità di codificare bene il contesto in cui ci troviamo e, in quel contesto, anche la persona a cui stiamo parlando.

Nel caso di un informazione in entrata, Giorgia che mi comunica che suo fratello ha comprato una moto, si formano nella mia mente dei legami associativi molto ricchi tra l’evento comunicativo e il suo contesto ambientale. Mentre ascolto Giorgia mi concentro sul suo viso, sul tono della sua voce, sulla stanza in cui ci troviamo, sugli abiti che indossa, ecc..ecc..
Se sono io che comunico la stessa cosa a Giorgia, l’evento comunicativo è meno integrato e connesso al contesto ambientale perché la mia mente è occupata a recuperare il ricordo dell’informazione, a stabilire quali parole utilizzare, a calibrare il mio comportamento comunicativo,  a percepire i suoi stessi processi mentali. L’informazione fornita resterà così nella mia mente più associata a me stessa che al contesto in cui l’ho emessa: talvolta si ha infatti la chiara sensazione di aver già raccontato l’evento, senza poter ricordare a chi e quando.
Naturalmente i processi non sono così semplici e lineari e non sempre e non per tutti gli scambi comunicativi la memoria di destinazione è più debole della memoria della fonte. Per esempio Marsh and Hicks (2002) hanno dimostrato che se il ricordo riguarda un’azione che coinvolge una decisione (dare un oggetto a qualcuno) risulta più semplice ricordare verso chi è stata compiuta (Ho prestato l’ombrello a Francesca o Elisa?) piuttosto che da chi (Francesca o Elisa mi ha prestato l’ombrello?).
Nelle situazioni di ogni giorno però, quando si tratta di scambi di informazione e non di decisioni, Gopie e colleghi dimostrano, attraverso tre esperimenti, che la memoria di destinazione è più fallibile di quella della fonte.
Nel terzo esperimento, in particolare, dimostrano che è possible ridurre gli errori della memoria di destinazione inducendo i soggetti a spostare attivamente la loro attenzione da sè stessi alla persona con cui stanno parlando, incrementando così il numero di legami associativi fra l’informazione e il contesto di emissione.
Il trucchetto è semplice: prima di cominciare a raccontare bisogna pronunciare il nome della persona che si ha di fronte; fatto con naturalezza è uno stratagemma utile che può passare abbastanza inosservato. :)

 Abstract | N.Gopie, C. M. MacLeod  Destination Memory: Stop Me if I’ve Told You This Before  Psychological Science Volume 20 Issue 12, Pages 1492 – 1499

 



La sinestesia: quando il cervello assaggia i colori e ascolta i numeri

Con la parola sinestesia, dal greco “percepire insieme” si indica una condizione neurologica benigna a causa della quale un’attività sensoriale (vedere, ascoltare, toccare, gustare ecc..) elicita contemporaneamente delle sensazioni in un’altra modalità sensoriale. Il fenomeno è biologico, automatico e apparentemente non appreso, è distinto dalle allucinazioni, presenta caratteristiche di familiarità ed è più comune fra le donne che fra gli uomini. L’incidenza è di circa 1 individuo su 2.000 anche se alcuni esperti ritengono che una persona su 300 presenti una variante meno eclatante.
La forma più comune è quella dell’ascolto colorato o sinestesia sonoro-visiva: suoni, musica o voci sono contemporaneamente percepiti come forme e colori che il soggetto vede internamente, “nell’occhio della mente”, oppure proiettati fuori dal corpo, solitamente entro una distanza da sè pari all’estensione del braccio.
All’inizio degli anni ‘80, il neurologo Richard E. Cytowic, rese noti diversi casi clinici e il suo libro “L’Uomo che assaggiava le figure” del 1993 riportò l’attenzione scientifica sul fenomeno.
Nel 1987 un team coordinato da Baron-Cohen fornì la prova che le esperienze dei sinestetici sono costanti nel tempo. I ricercatori chiesero a un soggetto di descrivere il colore che veniva innescato nel suo cervello per ciascuna di 100 parole udite. L’anno dopo, ripetendo la prova senza averlo preventivamente avvertito, rilevarono che le associazioni fra le parole ed i colori restavano per lui le stesse dell’anno prima, mentre un individuo non sinestetico, già dopo due settimane, avrebbe dimenticato completamente eventuali associazioni colore-parola apprese sperimentalmente.
Scansionando il cervello di questi soggetti con “ascolto colorato” alla PET e alla risonanza magnetica, Baron-Cohen constatò inoltre che, quando erano esposti a determinati suoni, aumentava l’attivazione delle aree cerebrali deputate alla visione.

Un’altra forma affascinante di sinestesia è quella grafema-colore.  I soggetti con questa forma di sinestesia all’apparire di un certo grafema   (le lettere dalla A alla Z e le cifre da 0 a 9) percepiscono un colore.
Nel 2000 Mike Dixon e colleghi  dimostrarono che l’ esperienza di sinestesia grafema-colore poteva essere indotta anche se il grafema non era stato concretamente presentato. In altre parole fu chiesto a un paziente di risolvere la somma “5 + 2″ e di indicare il colore sinestestico percepito. Il paziente  percepì il colore connesso con il 7 dimostrando che l’ esperienza sinestesica era associata al concetto, al significato della cifra, e non alla forma effettivamente percepita di un 7 (barretta superiore+stanghetta diagonale).
Uno studio condotto nel 2007 da Daniel Smilek e colleghi dell’ Università di Waterloo rivelò che all’aumentare della frequenza d’uso del grafema aumentava la luminosità del colore che gli veniva sistematicamente associato. C’era dunque una relazione stabile fra una caratteristica di base del colore sinestesico (la luminanza) e una caratteristica del grafema (la sua frequenza di utilizzazione nella vita di ogni giorno)!

Un’altra forma intrigante di sinestesia è quella lessico-gustativa per cui alcuni soggetti associano un gusto alle parole e sentono, per esempio, sulla lingua il gusto del cioccolato per la parola “lampada” o  il sapore di mela per la parola “sedia”.
Julia Simmer dell’Università di Edinburgo e i suoi colleghi hanno mostrato qualche anno fa ad alcuni soggetti con sinestesia lessico-gustativa 96 immagini di oggetti poco noti, come un gazebo, una geisha, un metronomo.
Questo ha elicitato, come atteso, una senzazione gustativa sulla lingua anche se le persone,  riconosciuti gli oggetti, non riuscivano a ricordare come si chiamavano, né con quale lettera cominciava il nome o quante sillabe conteneva la parola. Una donna, per esempio, incapace di ricordare la parola “grammofono”, dichiarò di sentire gusto di cioccolato, esattamente il gusto che per lei era associato a quella parola.
Secondo Simmer, questo dimostra che è il significato della parola — e non il suono della stessa — a evocare la senzazione di gusto in queste persone.

Una forma rarissima di sinestesia è stata individuata da due psicologi dell’University College di Londra, Michael Banissy e Jamie Ward, che sono riusciti a trovare 10 persone con sinestesia specchio-tattile.
Esse avvertono la sensazione di essere toccati quando vedono qualcun altro essere toccato. La sensazione tattile è avvertita proprio nella zona del corpo corrispondente a quella sollecitata nella persona osservata.
Per dimostrare la presenza di questa sinestesia al di là delle dichiarazioni soggettive, i due ricercatori hanno condotto un esperimento nel quale un tocco concreto veniva esercitato sul corpo dei 10 sinestetici ed essi dovevano indicare il più velocemente possibile quando ne avvertivano la sensazione. Tutto questo mentre osservavano una persona che veniva toccata per esempio su una guancia.
Il tocco effettivo sui sinestetici veniva dato qualche volta nello stesso punto in cui veniva toccata la persona osservata, qualche altra volta in un punto diverso.
L’idea era di verificare se il tocco concreto e il tocco sinestetico si confondessero in qualche modo. I risultati nei tempi di detezione dello stimolo hanno evidenziato che, nella condizione di appaiamento (tocco reale + tocco osservato nella stessa zona del corpo), i 10 sinesteti erano effettivamente molto più veloci del gruppo di controllo a indicare di essere stati toccati.  In pratica il loro cervello rispondeva come se fossero toccati “due volte”.

Recentemente è stata data attenzione a una forma di sinestesia ancora diversa, la sinestesia spazio-temporale. I soggetti con questa forma di sinestesia esperiscono le unità di tempo (ore, giorni o  mesi) come se fossero delle forme che occupano delle specifiche posizioni nello spazio intorno al loro corpo.
Michelle Jarick del Synaesthesia Research Group ha descritto il caso di una ventunenne che esperisce i mesi dell’anno come allineati in un gigantesco 7 che si estende approssimativamente per un metro intorno alla sua vita con il mese di aprile dritto di fronte a sé e gennaio febbraio e marzo alla sua sinistra e maggio e giugno alla sua destra. Il resto dei mesi si allinea dietro le sue spalle nella stanghetta diagonale del grande 7. Se le viene nominato un altro mese , il suo punto di vista, rispetto al suo calendario mentale, cambia come se avesse camminato intorno al braccio del sette.

Ma cosa potrebbe causare la sinestesia?

Baron-Cohen ed i suoi colleghi avanzano l’ipotesi che la sinestesia derivi da una sovrabbondanza genetica dei collegamenti neurali. Di norma funzioni sensoriali differenti sono gestite da moduli cerebrali separati con scarsa comunicazione fra loro. Nei sinestetici l’architettura del cervello sarebbe tale per cui la modularità dei sistemi si interromperebbe per dar origine a una sorta di groviglio neurale.
Daphne Maurer, psicologo all’università di McMaster, ha ipotizzato che tutti gli esseri umani in realtà nascano con i collegamenti neurali che permettono la sinestesia, ma che la maggior parte di noi perda questi collegamenti nel corso dello sviluppo.

Lo psicologo Peter Grossenbacher, dell’Università di Naropa, ipotizza invece un meccanismo differente: la causa non andrebbe rintracciata nell’anomala architettura neurale, quanto piuttosto in una mancata inibizione del segnale di ritorno. Di norma l’informazione viene percepita dai sensi e procede verso le aree multisensoriali superiori del cervello dove viene processata. E’ un segnale di andata, diciamo, dalla periferia al centro. Dopo di che il segnale ritorna alle appropriate aree senso-specifiche.
Secondo Grossenbacher nei sinestetici il segnale di ritorno non si dirige alle aree senso-specifiche appropriate, ma si “spalma” anche su aree non appropriate.

Questa ipotesi giustificherebbe anche il fatto che le droghe allucinogene possono temporaneamente indurre sinestesia: è infatti molto più plausibile che il processo sia neurochimicamente alterato in qualche punto per poche ore dall’assunzione della sostanza e non che in quelle poche ore si siano potuti produrre nuovi collegamenti neurali.

References

Synaesthesia: The taste of words on the tip of the tongue  
A different outlook on time: visual and auditory month names elicit different mental vantage points for a time-space synaesthete. Cortex: special section on spatial forms and synaesthesia, 45, 1217-1228.
The ups and downs (and lefts and rights) of synaesthetic number-forms: validation from spatial-cueing and SNARC-type tasks. Cortex: special section on spatial forms and synaesthesia, 45, 1190-1199.
Time-space synaesthesia – a cognitive advantage. Consciousness & Cognition, 18, 619-627.
Grapheme-colour synaesthesia influences overt visual attention. Journal of Cognitive Neuroscience, 21, 246-258.
Grapheme frequency and colour luminance in grapheme-colour synaesthesia  Psychological Science, 18, 793-795.
Ovals of time: time-space associations in synaesthesia. Consciousness & Cognition, 16, 507-519.
The role of meaning in grapheme-colour synaesthesia. Cortex, 42, 243-252.
Five plus two equals yellow. Nature, 406, 365.
Mirror-touch synesthesia is linked with empathy



Piangere è catartico? Non sempre e non per tutti

E’ opinione comune che piangere sia un comportamento che dà sollievo nelle situazioni di stress emotivo e riduce l’attivazione psicofisiologica dell’organismo (arousal).
Per la verità la ricerca scientifica sembra fornire indicazioni di tutt’altro avviso: piangere esacerba lo stress e aumenta l’arousal del sistema nervoso autonomo.
Qual è la verità? Quando due realtà opposte sembrano entrambe fondate la risposta è quasi sempre “dipende”. Dipende da come gli effetti benefici del pianto vengono misurati, dal contesto in cui il soggetto si trova a piangere, dai suoi tratti di personalità, dal suo stato emotivo e da numerosi altri fattori ancora oggetto di studio.
Una concettualizzazione che prende in considerazione la maggiorparte di questi aspetti è stata fornita da Jonathan Rottenberg e dai suoi colleghi Lauren Bylsma e Ad J.J.M. Vingerhoets, psicologi alla University of South Florida, in una review pubblicata su Current research in Psychological Science.
Nelle ricerche in cui è stato chiesto ai soggetti di ricordare un episodio di pianto e di riferire se esso sia stato di sollievo da un punto di vista psicologico, i partecipanti hanno detto di sì con convinzione. Nelle ricerche in cui, al contrario, il pianto è stato indotto in laboratorio (per esempio facendo visionare un film strappalacrime) raramente i soggetti hanno riportato la sensazione di un immediato sollievo. Chi piange sembra stare soggettivamente peggio e risulta maggiormente “ attivato” di chi non piange.
Un recente studio (Hendriks, Rottenberg, & Vingerhoets, 2007) ha suggerito che il pianto prima produca un effetto attivante (aumento del battito cardiaco) e immediatamente dopo un effetto calmante (riduzione della frequenza respiratoria). E’ chiaro che diventa di cruciale importanza capire a che momento del processo-pianto ci si sta riferendo e quanto tempo è passato dall’episodio di riferimento.
Un altro elemento che contribuisce a differenziare l’effetto che il pianto può avere sulle persone è il contesto ambientale in cui il pianto si verifica.
I suoi effetti benefici sembrano potenziati in un contesto in cui il pianto induce supporto sociale, attenzioni e “rimedio” relazionale, mentre risultano annullati se non addirittura sostituiti da peggioramenti dell’umore quando il pianto si verifica  in un ambiente freddo, privo di interazioni sociali o che crea addirittura vergogna e imbarazzo.
Piangere dunque non è sempre catartico, ma lo è per qualcuno più che per qualcun altro?
E’ noto che le donne adulte piangono più frequentemente degli uomini adulti e che chi ha tratti di nevroticismo più spiccati (sensibilità alle emozioni negative) riporta più frequentemente il ricorso alle lacrime.
Eppure né il genere, né il nevroticismo predicono eventuali effetti benefici del pianto. In altre parole donne e i “nevrotici” non si differenziano da chiunque altro rispetto alla possibilità di trarre beneficio dal pianto. E allora cosa distingue gli individui che si avvantaggiano emotivamente delle lacrime da quelli che non lo fanno?
Non è ancora noto, anche se pare che gli alessitimici (coloro che hanno difficoltà a identificare e a comunicare le emozioni) vedano peggiorato il proprio stato emotivo dopo le lacrime, così come i depressi e gli ansiosi.
Il pianto stesso poi, indipendentemente da chi lo mette in atto e dal luogo in cui si verifica, non è un comportamento tutto o nulla e per indagarlo al meglio è necessaria una sua disaggregazione sia temporale (esordio, acme, estinzione, breve termine, lungo termine) sia qualitativa ( è una risposta a emozioni negative o positive? Che tipo di pianto è?)
Recentemente Nelson (2005) ha proposto una tipologia di pianto che distingue fra : pianto di protesta caratterizzato da urla ad alta voce destinato a “ripristinare la situazione”, pianto triste, silenzioso, destinato a creare nuovi legami di attaccamento dopo una perdita, e pianto distaccato caratterizzato da assenza di lacrime e indice di disperazione estrema. Nelson suggerisce che gli effetti sull’umore dipendono dal tipo di pianto e che per esempio il pianto triste sarà associato a un maggior miglioramento dell’umore del pianto di protesta. Queste suggestive ipotesi non sono però ancora state validate empiricamente.
Anche evidenze assodate come l’importanza del supporto sociale che si ottiene quando si piange, potrebbero essere ulteriormente disaggregate: cosa si intende per supporto sociale? Un caldo abbraccio sulla spalla o una interazione verbale empatica e comprensiva?
E ancora, quanto dura il beneficio di un pianto ammesso che se ne ottenga qualcuno? Piangere alla notizia di una brutta diagnosi cambia le sorti psicologiche dell’individuo a 3 mesi, a 6 mesi, a un anno?
E se tutto questo avviene, attraverso quale meccanismo lo fa?
Tutte domande di estremo interesse!

Paper | Is Crying Beneficial? (pdf)