Disturbi d’ansia


In questa sezione alcuni comuni problemi psicologici tra i quali: ansia generalizzata, disturbo di panico, ipocondria (health anxiety), ansia da prestazione, insonnia, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi post-traumatici.

Training di assertività

Che cosa è l’assertività?
Ti è mai capitato di essere ad una festa e di aver evitato qualcuno perché non sapevi cosa dire? Ti sei mai reso conto, dopo l’accaduto, di essere stato ingiustamente criticato o sfruttato? Ti capita di essere esitante nell’ esprimere i tuoi pensieri o opinioni? Trovi difficile gestire la relazione con figure autorevoli?
Questi sono esempi di situazioni che coinvolgono il comportamento assertivo.
L’assertività  (dal latino “asserere” che significa “asserire”), o asserzione (o affermazione di sé), è una caratteristica del comportamento umano che consiste nella capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni, di difendere il proprio punto di vista senza ansia esagerata, di esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti e di difendere i propri diritti senza ignorare quelli altrui.
L’assertività è il giusto equilibrio tra il comportamento passivo da un lato e  il comportamento aggressivo dall’altro.

Cos’è un training di assertività?
Un training di assertività è un trattamento efficace per coloro che desiderano migliorare le loro capacità relazionali e il senso di rispetto di sé, ma anche per chi ha problemi di depressione, ansia sociale (timidezza profonda) o rabbia inespressa.
Il training di assertività si basa sul principio che tutti noi abbiamo il diritto di esprimere i nostri pensieri, sentimenti e bisogni agli altri, a patto che lo facciamo in modo diretto, onesto e rispettoso.
Quando sentiamo di non poterci esprimere apertamente possiamo diventare depressi, ansiosi, o arrabbiati, e il nostro senso di autostima può risentirne. Anche i nostri rapporti con le altre persone possono deteriorarsi, perché restiamo delusi del fatto che gli altri non riescono a comprendere ciò che non siamo stati abbastanza assertivi da dire loro.
Non ci sono regole stabilite su cosa sia e cosa non sia un comportamento assertivo, esso è piuttosto specifico di un particolare momento e situazione.
In altre parole un comportamento adeguatamente assertivo per una persona in una situazione può essere eccessivamente passivo o troppo aggressivo per qualcun altro in una situazione diversa.
Il training di assertività si basa sull’idea che l’assertività non sia innata, ma sia un comportamento appreso. Sebbene alcune persone sembrino più assertive di altri, chiunque può imparare ad essere più assertivo.
Anche se queste idee possono sembrare semplici e dirette, il comportamento assertivo può essere a volte difficile per molti, ed è per alcuni spesso impossibile. Il training di assertività si preoccupa quindi non solo di far comprendere l’importanza dell’ assertività, ma anche di fornire strumenti di apprendimento e pratica dei comportamenti assertivi.

Come si svolge un training di assertività?
Lo psicoterapeuta aiuta le persone a capire quali sono le situazioni interpersonali problematiche e quali comportamenti abbisognano di maggiore attenzione. Aiuta a identificare le credenze e gli atteggiamenti che i pazienti possono aver sviluppato e che li inducono ad essere troppo passivi o aggressivi.
Li aiuta a comprendere come l’assertività può tornare utile per la loro vita e discute le convinzioni imprecise e improduttive.
Una volta che i pazienti hanno compreso l’importanza del comportamento assertivo per la loro situazione, il terapeuta li aiuta a sviluppare il comportamento assertivo utilizzando tecniche cognitivo-comportamentali specifiche.
Questo include le richieste di esprimere assertivamente sentimenti, opinioni e limiti, ma anche esercizi sul comportamento non verbale riferibili allo stile di comunicazione: contatto oculare, postura, tono e volume del discorso, distanza interpersonale e di ascolto ecc…

Serve proprio la psicoterapia?
Tutti noi possiamo imparare a migliorare le nostre capacità assertive. Alcune persone sono in grado di farlo leggendo libri di training di assertività. Tali libri sono ampiamente disponibili in libreria. Per molti altri, invece, l’aiuto professionale è necessario per rendere reali e duraturi i cambiamenti comportamentali soprattutto se si hanno problemi interpersonali severi associati con forti sentimenti di ansia o depressione.
In quel caso è importante rivolgersi a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale esperto di questo approccio.



Hikikomori: la paura di vivere “fuori”

Hikikomori significa “ritiro” in giapponese. Tecnicamente con la parola hikikomori si indica sia il comportamento sia chi lo mette in atto. Il comportamento consiste nell’isolarsi dalla società e dalla famiglia rinchiudendosi nella propria stanza per un periodo superiore a sei mesi.

 Chi lo mette in atto è di solito un adolescente o un giovane adulto.  Il termine fu coniato dal dott.Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica di un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale. 
Oltre all’isolamento sociale gli hikikomori soffrono tipicamente di depressione e di comportamenti ossessivo compulsivi, ma non è facile comprendere se questi siano una conseguenza della reclusione forzata a cui si sottopongono o una concausa del loro chiudersi in gabbia. Alcuni hikikomori si fanno la doccia per diverse ore al giorno e indossano guanti spessi per tenere a bada i germi, mentre altri strofinano le mattonelle nella doccia per ore e ore.
      Nonostante lo stereotipo sia quello di un uomo che non lascia mai la sua stanza, molti reclusi si avventurano fuori, una volta al giorno o una volta alla settimana, per andare in un Konbini, un supermarket aperto 24 ore. Lì possono trovare colazioni a portar via, pranzi e cene, e poiché di solito si svegliano a mezzogiorno e vanno a dormire al mattino presto, il konbini è una scelta sicura e anonima a tarda notte. La cassiera non parla e tutti gli altri stanno a casa a dormire.
Il ritiro dalla società avviene gradualmente, i ragazzi possono apparire infelici, perdere i loro amici, diventare insicuri, timidi e parlare di meno.
Le giornate di un hikikomori sono caratterizzate da lunghe dormite mentre le ore notturne sono spesso dedicate a guardare la tv, a giocare al computer, a navigare su internet , leggere e giocare in borsa on line.
La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi sull’hikikomori, che gradualmente perde le sue competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative per interagire con il mondo esterno.

DIFFUSIONE DEL FENOMENO
La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo negli ultimi 15 anni e alcuni affermano che circa un milione di giapponesi ne siano coinvolti, praticamente l’1% della popolazione. Stime più caute, e più realistiche, parlano di un range compreso fra 100.000 e 320.000 individui.
Probabilmente ragazzi e ragazze hikikomori vivono anche in Italia, alcuni fra questi hikikomori nostrani li chiamiamo e li abbiamo sempre chiamati nerds o geek, e sicuramente ci sono hikikomori in tutte le società occidentali, ma ancora l’ attenzione mediatica non è riuscita a farne un fenomeno sociale noto.
A parte qualche recente articolo  mainstream, in Italia se ne parla poco o almeno non nei termini di un comportamento che è una  scelta, più o meno volontaria, di autosegregazione, si preferisce parlare delle presunte “dipendenze da internet” che son più facili: quando puoi dare la colpa  a qualcosa, non hai bisogno di  interrogarti sui perchè.
Si ritiene che l’80% degli hikikomori siano maschi, ma anche in questo caso è probabile che l’incidenza fra le ragazze sia sottostimata.
I ruoli di genere sono molto ben definiti e distinti in Giappone, più di quanto accada nelle società occidentali. Una ragazza ritirata e/o drammaticamente timida può allarmare in misura minore la famiglia e ridurre le richieste di aiuto. 
Un altro elemento che potrebbe contribuire a confondere le acque risiede nella presenza, in Giappone, della categorizzazione socioculturale delle parasite single (ragazze che continuano a vivere con i propri genitori ben oltre la maggiore età) e che, in una certa percentuale di casi, mostrano stili  comportamentali molto simili, e talvolta sovrapponibili, a quelli di un hikikomori. E’ possibile che le numerose parasite single giapponesi siano delle hikikomori non riconosciute come tali. Anche il fenomeno delle parasite single non è  naturalmente soltanto giapponese.

LE POSSIBILI CAUSE
Sulle cause del fenomeno si fanno solo ipotesi. Come l’anoressia, la cui diffusione è pressocchè limitata alle culture occidentali, anche l’hikikomori sembra essere una sindrome culturale .
I giapponesi hanno dato la colpa a qualunque cosa: alle madri oppressive e a quelle assenti, ai padri troppo impegnati, al bullismo scolastico, all’economia in recessione, alle pressioni accademiche e ai video game. Ma il tutto va probabilmente collocato sullo sfondo di una società sociologicamente in crisi e che, soprattutto, si nutre di una cultura dalle caratteristiche uniche al mondo e non sempre “sane”.

La competitività sociale
James Roberson, antropologo culturale al Tokyo Jogakkan College ed editore del libro “Uomini e mascolinità nel Giappone contemporaneo” punta il dito su un particolare atteggiamento giapponese nei confronti del successo personale. Secondo lo studioso i ragazzi cominciano a percepire una forte pressione all’autorealizzazione già nella scuola media dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. Se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’elite o un’ azienda di prestigio molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. L’hikikomori potrebbe essere una resistenza a questa pressione.

La famiglia giapponese
Il dott. Saito, che ha trattato più di 1000 hikikomori, attribuisce il disagio al contesto familiare e sociale, all’interdipendenza fra genitori e figli, a una possibile collusione soprattutto fra madre e figlio (“amae” in giapponese).
In altre parole la madre, convinta intimamente che sia meglio avere un figlio in casa, benchè in isolamento, piuttosto che in giro a farsi del male, apprezzerebbe la strana pace che avere un figlio hikikomori può determinare, almeno all’inizio.
La maggiorparte dei genitori aspetta molto a lungo prima di chiedere aiuto, nella speranza che il figlio superi questa fase da solo.
La relativa capacità economica della classe media consente inoltre ai genitori di mantenere in casa un figlio adulto indefinitivamente .
Nelle famiglie a basso reddito non ci sono hikikomori perchè i giovani sono costretti a lavorare fuori di casa se non finiscono la scuola e per questa ragione l’isolamento, se mai ha inizio, termina  precocemente.

Il bullismo
Molti fra gli stessi pazienti raccontano di anni scolastici da incubo, di episodi di bullismo, in cui venivano maltrattati per essere troppo grassi o troppo magri o persino per essere migliori di qualcun altro nello sport o nella musica. Come usano dire i giapponesi: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”.

Leggi | Life At School in Australia and Japan: The Impact of Stress and Support on Bullying and Adaptation to School

La ribellione muta
Secondo i teorici della ribellione muta, le cause del fenomeno risiedono nella particolare modalità dei giovani giapponesi di fare “opposizione giovanile”.  In altre società un ragazzo può entrare in una gang, diventare “gotico” o iniziare a far parte di qualche altra subcultura. In Giappone,
 dove l’uniformità è ancora la norma e la reputazione e le apparenze esteriori sono importantissime, la ribellione si trasforma in forme mute come l’hikikomori. Storicamente il confucianesimo de-enfatizza l’individuo e favorisce il conformismo sociale per assicurare la stabilità in una società rigidamente gerarchizzata. Quello che in altre culture si esplica con l’abuso di sostanze o altri fenomeni “rumorosi”, in Giappone si tramuterebbe in apatia e in altre “proteste silenziose”.

L’ipertecnologismo
Secondo alcuni, tra cui lo scrittore Ruy Murakami, l’ipertecnologizzazione del paese ha un ruolo nella diffusione del fenomeno. I giovani giapponesi sarebbero eccessivamente immersi in mondi di fantasia fatti di manga, televisione, videogame e internet da perdere, in breve tempo, i contatti con la realtà.


La violenza non appartiene all’hikikomori.
L’hikikomori è balzato agli onori della cronaca giapponese soprattutto perchè i media hanno paventato un’associazione tra questa condizione e il comportamento criminale.  Effettivamente ci sono stati casi di omicidio e sequestri di persona compiuti da hikikomori, ma la stragrande maggioranza di essi è costituita da ragazzi troppo isolati e  troppo timidi per avventurarsi fuori dalla propria stanza e andare da soli fuori ad aggredire qualcuno.
Alcuni hikikomori aggrediscono i loro genitori, soprattutto quando esercitano pressioni ad uscire dalla stanza. Ma la  maggior parte delle volte la rabbia si manifesta in altre maniere, moleste ma non violente, come far ruzzolare una pallina sul muro quando il resto della famiglia dorme.

Sintomatologia psicopatologica associata

Agorafobia
Sindrome di Asperger
Disordine da Deficit dell’Attenzione
Disordine dello Spettro Autistico
Disturbo di personalità evitante
Sindrome da avanzamento di fase nel sonno
Depressione
Distimia
Disturbo post traumatico da stress
Disturbo schizoide della personalità
Mutismo selettivo
Timidezza
Ansia o fobia sociale

IL TRATTAMENTO
Negli ultimi anni sono fiorite in Giappone diverse realtà di supporto agli hikikomori, ciascuna con il proprio stile e la propria filosofia di trattamento. E’ possibile comunque individuare due approcci fondamentali.
 L’approccio medico-psichiatrico che consiste nel trattare la condizione come un disordine mentale o comportamentale con il ricovero ospedaliero, sessioni di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci.
 Un altro approccio, che potremmo chiamare di risocializzazione, guarda al fenomeno  come a un problema  di socializzazione piuttosto che come a una malattia mentale. L’hikikomori viene quindi allontanato dall’ambiente  della casa d’origine e ospitato in una comunità alloggio in cui sono presenti altri hikikomori.
Lì viene incoraggiato a reintegrarsi attraverso diverse attività quotidiane condivise. Questo approccio consente all’hikikomori di rendersi conto di non essere solo, oltre a fornirgli esempi viventi di miglioramento e “guarigione”.

Il corto di Jonathan Harris

 

IN EDICOLA E AL CINEMA

Michael Zielenziger Shutting Out the Sun (2006) di cui è possibile leggere un estratto
Ruy Murakami Symbiotic Worms (2000)
-Tamago (2004)
-Hikikomori Tokio Plastic

Nella cultura italiana
Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione di Carla Ricci
-Il racconto di Michele Nigro Hikikomori 2032
-Il documentario di Francesco LoJodice Hikikomori
-Il film di Gianluca Olmastroni Hikikomori ( Italia 2006)
-Il film di Marco Prati Hikikomori

Intervista a Tamaki Saito sul fenomeno “Hikikomori”