Disturbi alimentari


In questa sezione i principali disturbi del comportamento alimentare: anoressia, bulimia, binge eating disorder, ortoressia nervosa, vigoressia, obesità psicogena.

Dipendenza dal cibo spazzatura

di Francesca Crovasce.

Avete mai visto “Supersize me”? E’ un film interessante che illustra piuttosto bene come mangiare chili e chili di hamburger non solo sia dannoso per la salute, ma sviluppi una sorta di autorinforzo che spinge a mangiarne ancora di più, generando una vera e propria forma di dipendenza.
Purtroppo non sono pochi coloro che mangiano cibi poco salutari in maniera compulsiva. Diversi studi hanno dimostrato che il cibo è il più potente stimolo emozionale nella nostra vita e che spesso si prediligono alimenti molto dolci e molto calorici, anche perchè associati a esperienze infantili: una sorta di condizionamento precoce che persiste in età adulta. E’ però innegabile che questo tipo di cibo rappresenti un danno per la nostra salute, tanto da essere definito comunemente “cibo spazzatura”.
La gran parte della ricerca scientifica si è soffermata, fino a pochi anni fa, su cosa succede nel nostro corpo se si mangiano certi tipi di cibo e in elevate quantità, di recente invece vari ricercatori stanno cercando di capire cosa accade nel nostro cervello e perchè  l’assunzione di  cibi ad alto consumo di grassi, sale e zucchero aumenti il desiderio di consumarne continuamente e sempre di più.
David Kessler, ex commissario della Food and Drug Administration e autore del libro “The End of Overeating: Taking Control of the Insatiable American Appetite“, uscito negli Stati Uniti la scorsa estate, ha condotto un’indagine durata sette anni per capire, con scienziati, medici e addetti dell’industria alimentare, il segreto dell’irresistibilità di certi cibi spazzatura. Le conclusioni a cui è giunto riguardano: a) la sapiente combinazione di ingredienti  (grassi, zucchero e sale) che le industrie alimentari utilizzerebbero per confezionare i loro prodotti; b) la sofisticata esperienza sensoriale che certi cibi consentono e promuovono.
La somma di questi due aspetti sarebbe in grado di alterare concretamente la chimica del cervello umano, intrappolandoci in un circolo vizioso di autogratificazione che si nutre di sè stessa.
Kessler cita per esempio il caso delle barrette di cioccolato Snickers, che “quando le si mastica, lo zucchero si scioglie, il grasso si fonde, il caramello avvolge le noccioline così che la confluenza di più aromi porti il palato a provare un’esperienza quasi estatica”.
Appresa tale esperienza, il cervello umano è stimolato a produrre dopamina anche al solo pensiero del cibo. Dopo mangiato, il cervello rilascia oppioidi che provocano un senso di gratificazione e benessere e questo avviene a prescindere dall’effettiva necessità di cibo della persona. Dopamina e oppioidi svolgono un ruolo importante anche nella dipendenza da alcol e droga, pertanto, entro certi limiti, non è un errore affermare: “Sono dipendente dal cioccolato“. La chiave per fermare il circolo vizioso sarebbe modificare la risposta del cervello al cibo, compito assai arduo in una società dove il cibo insano è molto economico e facilmente disponibile e dove viene rappresentato, per interessi commerciali, come fonte di gioia e felicità. Kessler stima però che circa il 15% della popolazione non subisca questo “ricatto biochimico” e reputa necessarie ulteriori ricerche per comprendere cosa rende “immuni” queste fortunate persone.

Uno studio che avvalora le ricerche del Dr. Kessler e che mostra come il cervello risponda a certi alimenti nello stesso modo in cui risponde all’eroina, è quello condotto presso lo Scripps Research Institute di Jupiter in Florida (Usa), dal Dr. Paul Kenny e il Dr. Paul Johnson.
Sottoponendo dei topi  ad una serie di test, i due ricercatori hanno dimostrato come i topi a cui viene data la possibilità di alimentarsi con cibo spazzatura senza limiti, dopo un pò iniziano ad abbuffarsi senza controllo e dopo solo cinque giorni si assuefanno rapidamente al cibo mostrando una profonda riduzione nella sensibilità dei loro centri cerebrali del piacere. Come risultato, fanno notare i ricercatori, i topi mangiano più cibo per ottenere la stessa quantità di piacere: proprio come i tossicodipendenti da eroina richiedono sempre più droga per sentirsi bene, i topi hanno bisogno di più cibo spazzatura per sentirsi meglio e, una volta deprivati di questo tipo di cibo, ormai obesi, iniziano a rifiutare di mangiare per almeno due settimane.
Un altro studio, condotto dal Dott. Joe McClernon, professore associato presso il Dipartimento di psichiatria e scienze comportamentali alla Duke University Medical Center e direttore dell’ Health Behavior Neuroscience Research Program, ha dimostrato come, per molte persone obese, il cibo spazzatura determini la stessa risposta cerebrale che si innesca nelle persone dipendenti da nicotina:  un’attivazione in una regione del cervello chiamata “striatum”, la stessa che si attiva quando i fumatori vedono foto di altri fumatori.



Ortoressia nervosa

In questi ultimi decenni, nei paesi industrializzati, siamo stati sottoposti a un bombardamento di informazioni su ciò che fa bene e su ciò che fa male alla salute. Soprattutto in campo alimentare abbiamo assistito a campagne di informazione che annunciavano i pericoli del “morbo della mucca pazza”, dell’ “influenza aviaria”, dell’ “influenza suina”, ma anche della mozzarella alla diossina, del vino al metanolo, del pesce al mercurio, per non parlare degli alimenti ogm, delle mucche allevate a ormoni, dell’acqua potabile avvelenata alle falde e così via.

Appare pertanto abbastanza comprensibile il dilagante diffondersi di un rapporto sempre più nevrotico con ciò che si mangia. Per qualcuno però questo rapporto complicato con il cibo diventa un’ossessione tale da condizionare completamente l’esistenza, configurandosi come un vero e proprio disturbo del comportamento alimentare.
La parola utilizzata per denominarlo è ortoressia nervosa (dal greco “orthos” che significa giusto, corretto; e “orexis”, che significa appetito) e fu utilizzata per la prima volta dal medico americano Steve Bratman nel 1997 per un articolo che apparve nel numero di ottobre dello Yoga Journal.
Dopo la pubblicazione dell’articolo Bratman ricevette centinaia di e-mail e telefonate da donne e uomini di tutte le età che sostenevano di soffrire dei sintomi che egli aveva descritto e decise di creare il sito Ortorexia.com. Suo è anche il Bratman’s orthorexia test (BOT), un test per la diagnosi non validato.
Negli ultimi anni  qualche esponente della comunità scientifica ha cominciato a interessarsi al fenomeno benchè non tutti concordino sul fatto che l’ortoressia sia un vero e proprio disturbo, caratterizzato da criteri distintivi e pertanto degno di una categorizzazione all’interno del DSM (il manuale statistico dei disturbi mentali) che al momento (IV edizione) non lo contiene.

Ma in cosa consisterebbe sostanzialmente questa ortoressia?

Apparentemente si tratta di una sorta di  “mania nutrizionale”, ma nasconde molto di più: le persone ortoressiche sono ossessionate da un’alimentazione che consenta loro di mantenere o migliorare la propria salute, che le purifichi e le conduca a uno stato di perfezione salutista.
E’ un disordine comparabile con l’anoressia e la bulimia, con la differenza che mentre queste due patologie sono correlate alla quantità, l’ortoressia è correlata alla qualità del cibo. Inoltre, al contrario di bulimia e anoressia, non è presente la paura di perdere peso quanto piuttosto una fobia, più o meno specifica, per certi cibi considerati impuri o tossici.
Per altri versi l’ortoressia ha molto in comune con i disturbi del comportamento alimentare che conosciamo: la preoccupazione ossessiva per il cibo invade tutta la vita del paziente favorendo l’isolamento sociale, può essere presente la distorsione cognitiva rispetto alle proprie forme corporee o la negazione dei segni corporei di malattia e si può osservare la tendenza a negare o a non riconoscere emozioni, sentimenti e conflitti (alessitimia).
Anche rispetto ai tratti di personalità l’individuo ortoressico può presentare, come l’anoressico restrittivo, tratti ossessivi, una sostanziale rigidità psicologica, perfezionismo clinico e bisogno di controllo.
Infine, come per tutti i disturbi del comportamento alimentare, il particolare regime dietetico procura al paziente ortoressico un’identità.

Tipicamente l’ortoressico incomincia aderendo a un filosofia alimentare o a una teoria alimentare (per esempio iniziando la dieta macrobiotica o la dieta specifica per un particolare gruppo sanguigno ecc..) e progressivamente diventa talmente fanatico di quel regime da cominciare a sviluppare proprie regole alimentari sempre più specifiche, dal semplice leggere attentamente le etichette a scegliere alimenti biologici e “genuini”, all’ impiegare un tempo via via sempre più lungo nella pianificazione dei pasti che può arrivare a diversi giorni di anticipo. Quando esce, tende a portare con sè un “kit di sopravvivenza” con i propri cibi, perchè non tollera di mangiare piatti preparati da altri per timore di ingerire alimenti contaminati.

Schematicamente i sintomi più comuni sono i seguenti:

  • Necessità di conoscere ogni singolo ingrediente contenuto negli alimenti
  • Necessità di programmare ogni pasto
  • Paura di contaminare il proprio corpo
  • Disgusto nel riempire il proprio corpo con sostanze non naturali
  • Desiderio continuo di depurarsi
  • Severità con se stessi e senso di colpa quando si trasgredisce alla dieta
  • Disgusto per le persone che mangiano in modo normale
  • Difficoltà di relazione con chi non condivide le proprie idee sul cibo

Il danno alle relazioni sociali (il paziente potrebbe cominciare a evitare di mangiare assieme ad altre persone) è probabilmente l’effetto immediato di maggior gravità, ma secondo Bratman anche l’ortoressia può avere, in casi particolarmente gravi, conseguenze fisiche importanti legate alla malnutrizione al pari dell’anoressia nervosa, oltre naturalmente alla sofferenza psicologica che consiste di sensi di colpa, depressione, ansia e fobie.
Il disturbo sembra colpire in particolare persone appartenenti alle classi medio-alte (anche perchè è piuttosto costoso ricorrere al cibo “biologico”!) e secondo l’European Food Information Council è in aumento.

Per la verità, accanto a una diffusione mediatica imponente, una ricerca su PubMed ad oggi evidenzia come siano molto pochi gli studi scientifici realizzati sull’ortoressia.
Fra di essi i più seri sono proprio due lavori di un gruppo di ricercatori italiani in forze all’ Università degli Studi di Roma La Sapienza. Questo gruppo ha non solo teorizzato e precisato meglio le caratteristiche del disturbo, ma ideato anche un test per la diagnosi denominato ORTO-15.

Come si cura l’ortoressia?

E’ evidente che tale disturbo è determinato soprattutto dall’ansia e ha in comune numerose caratteristiche sia con i disturbi alimentari che con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo: il timore eccessivo di contaminarsi, nel soggetto ortoressico, spinge al comportamento compulsivo di evitamento di molteplici alimenti che ha l’unico scopo di sedare l’angoscia di contaminazione. Il primo passo per curare un soggetto che soffre di ortoressia, come colui che soffre di disturbo ossessivo-compulsivo, è essenzialmente quello di lenire le paure legate all’ossessione e  riuscire a far acquisire la consapevolezza che le compulsioni ad astenersi dal consumare cibo considerato nocivo, inducono ad un benessere momentaneo legato esclusivamente al controllo dell’ansia.
La terapia cognitivo comportamentale combinata con alcuni antidepressivi SSRI può essere utile nel trattamento, in analogia a quanto avviene per il disturbo ossessivo-compulsivo. Purtroppo il paziente ortoressico è ossessionato dalla purezza o dalla dieta naturale e potrebbe essere terrorizzato all’idea di assumere farmaci. Al tempo stesso, essendo così attento alla propria salute, potrebbe accogliere con favore un intervento che egli riconoscesse come non più procrastinabile per il proprio benessere fisico e psicologico.

di Giulietta Capacchione e Francesca Crovasce

References:
Steven Bratman, David King, “Health Food Junkies: The Rise of Orthorexia Nervosa – The Health Food Eating Disorder”Broadway Books,2004

Donini, L. Orthorexia nervosa: A preliminary study with a proposal for diagnosis and an attempt to measure the dimension of the phenomenon.  Eating And Weight Disorders, Volume: 9 Issue: 2 (2004-06-01) p. 151-157. ISSN: 1124-4909

L.M. Donini, D. Marsili, M.P. Graziani, M. Imbriale, and C. Cannella Orthorexia nervosa: Validation of a diagnosis questionnaire Eating Weight Disord. 10: e28-e32, 2005

Jennifer Mathieu What Is Orthorexia? Copyright © 2005 American Dietetic Association Published by Elsevier Inc.