Acrofobia: la paura delle altezze

L’acrofobia è la paura delle altezze, quella che comunemente e inappropriatamente viene definita “vertigini”. Come tutte le fobie l’acrofobia è stata considerata l’espressione di  una paura eccessiva o irragionevole per uno stimolo percepito normalmente che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari problemi. 
Un recente studio mette in crisi questa concettualizzazione nel caso dell’acrofobia perché ipotizza che essa consista piuttosto in una paura normale di uno stimolo percepito in maniera anormale: gli acrofobici presenterebbero un’alterazione percettiva che li porterebbe a sovrastimare le distanze verticali. 
La ricerca è stata condotta da Russell Jackson della California State University di San Marcos e pubblicata su Proceedins of the Royal Society. 43 studenti sono stati selezionati fra coloro che avevano compilato, mesi prima, un questionario di pre-screening contenente, fra molte altre, le 20 domande dell’ Acrophobia Questionnaire o AQ (Cohen, 1977). 
Questo questionario chiede di stimare su una scala likert il livello di ansia in diverse situazioni relative alle altezze quali l’attraversamento di un ponte o un giro sulla ruota panoramica. Il range dei punteggi all’AQ varia da 0 a 120. In media i soggetti non acrofobici ottengono un punteggio inferiore a 30, mentre il punteggio medio della popolazione acrofobica ricade sopra il 50-60. 
I 43 soggetti del campione sono stati selezionati in un range di punteggi che varia da un minimo di 2 a un massimo di 82 (M=36, d.s=17).
L’esperimento vero e proprio è consistito poi nel far stimare ai soggetti l’altezza (14.39 metri) di un parcheggio per auto di 5 piani. acrofobia_percezione.JPGCome osservate in figura i soggetti potevano trovarsi alla base della superficie verticale da stimare (omino nero) o alla sua cima (omino grigio). La stima dell’altezza avviene “aggiustando” una distanza orizzontale sul piano fino a che non sembri uguale a quella da stimare. In pratica i soggetti si posizionano in prossimità della superficie verticale e osservano un assistente dei ricercatori  allontanarsi dalla parete fino a che non raggiunge in orizzontale una distanza che sembri loro equivalente all’altezza della superficie verticale. Quando questo avviene i partecipanti fanno un gesto con la mano e il ricercatore si ferma e annota la distanza percorsa. 
I risultati hanno evidenziato che tutti (ovvero sia chi soffre di acrofobia che chi non ne soffre), sovrastimavano l’altezza della parete, e lo facevano sia che fossero nella posizione “a rischio” in cima al palazzo, sia che fossero nella posizione di sicurezza ben saldati a terra, ma gli acrofobici incorrevano in una sovrastima significativamente maggiore rispetto ai non acrofobici, arrivando a giudicare il palazzo (dalla cima) quasi due volte più alto di quanto fosse in realtà! 
Inoltre i punteggi all’AQ predicono il grado di sovrastima della distanza verticale.
Il problema è a questo punto capire in che direzione guardare al legame tra dispercezione e paura: è la paura che determina una sovrastima percettiva o è la sovrastima che fa insorgere una ragionevole paura?
Secondo Jackson il fatto che la sovrastima sia presente anche nella condizione di sicurezza, nella quale il soggetto è saldamente ancorato a terra e non è in nessun modo in pericolo di cadere, suggerisce che sia l’anormale percezione della distanza a produrre la paura e non viceversa. Ma non tutti sono d’accordo con questa conclusione…

Jeanine Stefanucci e Justin Storbeck della Virginia University partono dalla constatazione che la paura dell’altezza correla con una sovrastima delle distanze verticali (soprattutto se giudicate dall’alto), ma la interpretano nella direzione opposta a quella di cui abbiamo parlato nel post precedente: sarebbe l’intensa paura che porta a sovrastimare le distanze verticali e non il contrario. 
Con una serie di esperimenti sono riusciti a verificare che una sola delle componenti della paura, l’attivazione emotiva (arousal), è sufficiente ad alterare la stima dell’altezza. 
Nell’esperimento n. 1 i partecipanti hanno dovuto osservare delle immagini “attivanti” o “non attivanti” a valenza negativa o positiva prelevate dall’International Affective Picture System (IAPS, Lang, Bradley, and Cuthbert, 1999).  Le immagini selezionate contenevano inoltre temi legati all’altezza rispettivamente nel 27% dei casi per le attivanti e nel 10% dei casi per le non attivanti. 
A questo punto è iniziato il compito percettivo vero e proprio consistito nello stimare l’altezza di un balcone posto al secondo piano dell’edificio. Anche in questo caso è stato utilizzato il metodo delle visualy matched estimates, ovvero i partecipanti hanno osservato un assistente dei ricercatori indietreggiare lungo il balcone e lo hanno fermato dove hanno ritenuto che la distanza percorsa in orizzontale equivalesse a quella verticale da stimare. 
I risultati hanno evidenziato che le persone che avevano visto immagini attivanti sovrastimavano l’altezza del balcone in misura maggiore rispetto a coloro che avevano visto immagini non attivanti. 
Nell’esperimento 2 è stato indagato se anche le distanze orizzontali fossero influenzate dall’attivazione emotiva ed è stato dimostrato che non è così. Nell’esperimento 3 è stata manipolata sia la valenza delle immagini che il grado di attivazione, verificando che è l’attivazione e non la valenza a moderare la stima dell’altezza. In altre parole che ci sia nell’immagine un uomo con il volto coperto di sangue (valenza negativa) o un motociclista che sfreccia a 150 all’ora (valenza positiva) la valenza dell’immagine non rileva a parità di alto arousal. 
Nell’esperimento 4 infine è stato testato se incoraggiare gli osservatori a moderare attivamente il proprio livello di attivazione emotiva può influenzare la stima dell’altezza. In sostanza sono state utilizzate delle immagini attivanti ed il campione è stato sottoposto  a tre condizioni sperimentali: sovraregolazione, sottoregolazione, controllo. 
Ai soggetti è stato detto che avrebbero dovuto memorizzare le immagini presentate e che avrebbero ricevuto delle istruzioni che li avrebbero aiutati a ricordarle. Nella condizione di sovraregolazione è stato chiesto ai partecipanti di immaginare che loro stessi o una persona amata fossero i protagonisti dell’immagine. Nella condizione di sottoregolazione è stato detto di guardare alla fotografia da una prospettiva distaccata in terza persona. Al gruppo di controllo è stato detto semplicemente di guardare le foto e di tentare di memorizzarle. 
I risultati hanno evidenziato che le strategie di regolazione emotiva possono effettivamente moderare la sovrastima dell’altezza: coloro che erano nella condizione della sovraregolazione sovrastimavano l’altezza del balcone  in misura maggiore di chi era nella condizione di sottoregolazione o in quella di controllo. 
Presi tutti assieme questi dati suggeriscono che è più l’attivazione emotiva (la paura nel caso degli acrofobici) a determinare una dispercezione delle distanze verticali che il contrario. Naturalmente resta da dirimere la questione se le influenze emotive si realizzino al livello più basso della percezione o a livelli cognitivi superiori, in altre parole non possiamo ancora stabilire se l’arousal influenza come i soggetti vedono le distanze verticali o come le giudicano.

Una conferma di questo legame tra dispercezione della verticalità e paura delle altezze, in qualunque direzione lo si voglia concepire, potrà portare qualche cambiamento nel trattamento clinico dell’acrofobia la quale potrebbe utilmente beneficiare di un addestramento alla stima corretta delle distanze in ausilio o in alternativa ai metodi tradizionali di esposizione graduale del paziente ad altezze sempre più alte e contestuale training di gestione dell’ansia. 

Paper originale | Don’t look down: Emotional arousal elevates height perception (pdf) 
Fonte | New Scientist

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